Ceuta, auto cinesi e mercati al buio | Lun 3 ago
Informazioni su questo episodio
L’Europa è sempre più divisa? E la geopolitica sta entrando in una nuova fase di instabilità?In questo episodio analizziamo le grandi tensioni che stanno ridefinendo gli equilibri internazionali: dalla crisi migratoria che mette alla prova l’Unione Europea fino alle nuove sfide per l’industria italiana, passando per il Medio Oriente, l’energia e l’intelligenza artificiale.
Partiamo dalla crisi di Ceuta, che ha riacceso il confronto tra i Paesi europei sulla gestione dell’immigrazione e sul futuro dello Spazio Schengen. Dietro l’emergenza umanitaria si intrecciano interessi geopolitici, rapporti sempre più delicati con il Marocco e il ruolo strategico del Sahara Occidentale, elementi che potrebbero cambiare gli equilibri del Mediterraneo.
Ci spostiamo poi in Medio Oriente, dove lo stallo nello Stretto di Hormuz continua ad alimentare tensioni sui mercati energetici e sulle rotte commerciali globali. Approfondiamo le divisioni all’interno dell’amministrazione americana, il ruolo delle monarchie del Golfo nei tentativi di mediazione e perché i principali conflitti internazionali sembrano ormai sempre più connessi tra loro.
Parleremo anche dell’economia italiana, che continua a distinguersi per la forza del proprio settore manifatturiero ma deve fare i conti con la crescente concorrenza dell’industria automobilistica cinese, sempre più protagonista nel mercato delle auto elettriche. Analizzeremo inoltre le prospettive di Piazza Affari, il tema degli investimenti e le sfide che attendono il Made in Italy nei prossimi anni.
Infine approfondiremo il mercato del lavoro, il crescente divario tra domanda e offerta di competenze, l’impatto dell’intelligenza artificiale su occupazione e professioni, la crisi energetica legata agli eventi climatici estremi e le nuove minacce alla sicurezza internazionale, dal terrorismo alle rotte marittime strategiche del Mediterraneo.
Un episodio per capire come geopolitica, industria, energia e tecnologia stiano trasformando il mondo e perché le decisioni prese oggi potrebbero influenzare il futuro dell’Europa e dell’Italia molto più di quanto immaginiamo.
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Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
0:00 Speaker 2: Giornali aperti e notizie sul tavolo. Siete su due pagine.
0:04 Speaker 3: La rassegna stampa che vi racconta cosa conta davvero, senza rumore
0:08 Speaker 2: di fondo. Dunque, proviamo a immaginare di guidare di notte a 130 all'ora su un'autostrada che non conosciamo. E all'improvviso il navigatore si spegne. Buio totale.
0:20 Speaker 3: Una sensazione di panico, direi
0:22 Speaker 2: Esatto, panico puro. Ed è esattamente l'effetto che la Federal Reserve americana sta scatenando sull'economia globale in queste ore. Oggi faremo un'analisi approfondita attraverso le inchieste di El País, del Corriere della Sera, di Will Media e del Messaggero, seguendo un unico grande filo conduttore, cioè il costo della vulnerabilità.
0:42 Speaker 3: Una vulnerabilità che esploreremo su tre fronti ben precisi. Partiremo dai confini esterni, con la crisi migratoria esplosa a Ceuta e l'area Schengen a forte rischio. Poi passeremo alle fragilità interne, perché beh, L'economia italiana cresce a ritmi record, ma mancano i lavoratori e i soldi pubblici per le auto finiscono in
1:01 Speaker 2: Asia. E infine vedremo l'impatto sulla vita reale, dai silenzi delle banche centrali, come dicevamo prima, fino ai blocchi navali nel Mar Rosso che fanno schizzare i prezzi del carburante. Ma partiamo subito dal confine sud dell'Europa. Ceuta.
1:15 Speaker 3: L'ex clave spagnola in Marocco, sì
1:17 Speaker 2: Esatto. I numeri che riportano El País e Il Corriere della Sera oggi non ci raccontano una semplice emergenza estiva. Parliamo di un vero e proprio collasso strutturale. Cioè, oltre 60.000 persone sono entrate nel territorio spagnolo.
1:29 Speaker 2: 60.000
1:32 Speaker 3: in un colpo solo?
1:33 Speaker 2: A nuoto e a piedi. Il molo di frontiera è stato letteralmente travolto nel giro di poche ore. E per dare un po' di proporzioni a chi ci ascolta, il centro di accoglienza lì ha una capienza di 520 posti.
1:47 Speaker 3: E ne ha dovuti ospitare quasi il doppio, insomma, sui 900, in condizioni di estrema precarietà. L'infrastruttura dell'intera città è andata in tilt. Negozi chiusi, scorte d'acqua e cibo prosciugati in una sola giornata. E ovviamente la reazione a catena nel resto d'Europa è stata fulminea.
2:04 Speaker 2: Infatti l'Italia ha preso un provvedimento eccezionale, sospendendo per un mese gli accordi di libera circolazione di Schengen proprio con la Spagna.
2:12 Speaker 3: che nella pratica significa ripristinare i controlli fisici alle frontiere. Cioè, per chi arriva dalla penisola iberica, ora serve la carta d'identità se si è cittadini UE, o un visto valido per gli extracomunitari.
2:23 Speaker 2: Però, aspetta, facciamo un passo indietro, perché Will Media oggi fa un'analisi molto lucida sul dietro le quinte di questo afflusso improvviso. Fanno notare una data, il 30 luglio.
2:34 Speaker 3: La festa nazionale del re del Marocco.
2:37 Speaker 2: Esatto, il giorno in cui tradizionalmente c'è l'indulto per migliaia di detenuti. E molti di questi, stranamente, si sono ritrovati subito nella massa di persone diretta al confine spagnolo. Ora, la domanda sorge spontanea. È davvero credibile che si tratti di una coincidenza o c'è una regia politica dietro questa ondata?
2:56 Speaker 3: Beh, la regia diventa piuttosto evidente se guardiamo i video diffusi dalle testate internazionali. Si vedono migliaia di persone superare le recinzioni con una sostanziale, e molto insolita aggiungerei, passività da parte della polizia marocchina.
3:11 Speaker 2: Mentre il governo di Rabat non dice una parola sulle vittime, che sono almeno 72 accertate.
3:16 Speaker 3: Esatto. L'analisi geopolitica qui converge su un dato di fatto. I flussi migratori vengono usati come leva di pressione diplomatica. Cioè, il Marocco sta ricattando apertamente il governo spagnolo di Pedro Sánchez.
3:29 Speaker 2: Ma qual è l'oggetto del ricatto? Cioè, cosa vuole ottenere Rabat? Le fonti parlano del riavvicinamento della Spagna all'Algeria per questioni di gas, e fin qui ci siamo. Ma l'innesco vero sembra essere un'altra questione, molto più specifica.
3:45 Speaker 3: Sì, una legge in discussione a Madrid. Il governo spagnolo sta per approvare una norma che concede la cittadinanza a chi è nato nel Sahara occidentale o ai loro discendenti, fino al 1976. E
3:56 Speaker 2: perché una questione puramente burocratica sui passaporti fa infuriare il Marocco al punto da aprire i confini in quel modo?
4:03 Speaker 3: Perché tucca proprio il nervo scoperto della geopolitica marocchina. Il Sahara occidentale è un territorio che il Marocco occupa e considera storicamente suo, mentre l'Algeria, a guarda caso, finanzia il fronte polisario, che ne chiede l'indipendenza. E fino
4:18 Speaker 2: al 76 era una colonia spagnola.
4:21 Speaker 3: Esattamente. Quindi nel momento in cui la Spagna, che è l'ex potenza coloniale, dà la cittadinanza a quelle persone in base alla loro origine territoriale, sta implicitamente riconoscendo che quel popolo ha un'identità distinta da quella marocchina.
4:37 Speaker 2: Quindi sta delegittimando le pretese del Marocco agli occhi della comunità internazionale?
4:42 Speaker 3: Certo. Ed è una mossa passata in Commissione Giustizia in Spagna solo una settimana prima dell'assalto a Ceuta. Insomma, non è affatto una coincidenza.
4:50 Speaker 2: Da una parte abbiamo un asse guidato da Italia e da Nimarca che chiede tolleranza zero.
4:55 Speaker 3: Sì, spingono per accelerare i rimpatri e vogliono creare, entro il 2027, degli hub di detenzione direttamente in paesi terzi.
5:03 Speaker 2: Seguendo il modello dell'accordo tra Italia e Albania praticamente.
5:06 Speaker 3: Modello Albania ma allargato e con fondi europei.
5:09 Speaker 2: E non si limitano ai Balcani. La Danimarca sta trattando con il Ruanda, mentre Germania e Paesi Bassi guardano all'Uganda.
5:17 Speaker 3: Dall'altra parte della barricata invece ci sono Francia, Portogallo e Irlanda, che difendono Sanchez.
5:23 Speaker 2: E lo stesso premier spagnolo ha mandato una lettera pesantissima a Bruxelles, accusando i paesi del nord di egoismo per via delle sospensioni di Schengen.
5:32 Speaker 3: Anche se i paesi del nord ribattono accusando la Spagna di aver creato un fattore di attrazione enorme con la sua recente sanatoria per regolarizzare fino a un milione di migranti.
5:41 Speaker 2: Ecco, su questo voglio farti una domanda diretta. Sospendere Schengen per un mese, come ha fatto l'Italia, serve davvero a fermare un flusso strutturale così massiccio? O è solo, diciamo, un segnale politico per coprire il fatto che l'Europa non sa come gestire questi autocrati?
5:58 Speaker 3: I dati storici parlano chiaro. Queste sospensioni temporale rallentano la logistica dei transiti interni per qualche settimana, ma non sfiorano minimamente il problema alla radicia. La crisi di Ceuta dimostra che le liti bilaterali, come quella tra Spagna e Morocco, diventano istantaneamente emergenze per tutta l'Europa.
6:15 Speaker 2: Senza che ci sia una strategia comune, preventiva?
6:18 Speaker 3: Nessuna. Subiamo la diplomazia correcitiva dei paesi vicini e basta.
6:22 Speaker 2: Chiaro. Passiamo ora dal confine esterno alle fragilità interne. Il secondo tema di oggi è un cortocircuito del nostro sistema produttivo che ha dell'incredibile. Roberto Napoletano, sul Messaggero, analizza i dati macroeconomici italiani e sembra un quadro quasi idilliaco.
6:42 Speaker 3: Se guardiamo i grandi numeri, l'economia reale italiana sta reggendo l'onda d'urto post- Covid molto meglio di Francia e Germania.
6:49 Speaker 2: Siamo stabilmente il quarto esportatore al mondo, abbiamo superato il Giappone.
6:53 Speaker 3: E il Pilprocapite, dalla fine della pandemia a oggi, ci posiziona dietro solo agli Stati Uniti tra i paesi del G7. Ovviamente il PNRR e i bonus edilizi hanno drogato positivamente questa crescita, ma la spinta c'è.
7:06 Speaker 2: Eppure c'è un però gigantesco. Il terzo report congiunto di CINEL, Union Camere, Istat e Ministero del Lavoro fa emergere una paralisi totale. Nel primo semestre del 2026 le aziende italiane non sono riuscite a trovare il 44,8% del personale di cui avevano bisogno.
7:29 Speaker 3: Parliamo di un'azienda su due che non riesce ad assumere.
7:32 Speaker 2: E nei settori chiave è un disastro. Manca il quasi 60% di personale nelle costruzioni, il 55% nella metalmeccanica, persino nell'informatica, che dovrebbe attrarre tantissimo, siamo oltre il 50% di posti vacanti.
7:50 Speaker 3: Questo si traduce in una perdita secca di competitività. Il tempo medio per finalizzare un'assunzione oggi in Italia è di 4,7 mesi. Nelle costruzioni si aspettano più di sei mesi per far entrare un operaio in cantiere.
8:02 Speaker 2: E immagino che le piccole imprese siano quelle più colpite, non avendo i budget enormi per la ricerca del personale come le multinazionali.
8:11 Speaker 3: Esattamente. Il tessuto produttivo italiano è fatto di microimprese che letteralmente annegano in questa difficoltà.
8:18 Speaker 2: Ma la cosa che non torna, il vero paradosso di cui dobbiamo discutere, è che mentre le aziende aspettano sei mesi per trovare un dipendente … In Italia abbiamo 25 milioni di inattivi. Tra gli over 15, sì. Cioè 25 milioni di persone che non lavorano e non cercano lavoro. Come si concilia un'economia che esporta a ritmi globali con una fetta così enorme di popolazione ferma?
8:43 Speaker 3: Guarda, è come avere un porto super tecnologico pronto a spedire in tutto il mondo. Ma tutte le strade per arrivarci sono bloccate dalle frane. Questi 25 milioni includono studenti e pensionati, chiaramente, ma la parte petologica è enorme.
8:56 Speaker 2: Parliamo degli scoraggiati.
8:58 Speaker 3: Scoraggiati, chi non ha le competenze digitali o tecniche richieste oggi e chi rifiuta di lavorare per salari che, ricordiamolo, in Italia sono fermi in termini reali da 30 anni. L'inflazione ha eroso tutto.
9:10 Speaker 2: Quindi la scuola forma profili che alle aziende non servono e le aziende offrono stipendi che non motivano le persone a formarsi. È un cane che si morde la coda.
9:19 Speaker 3: Un disallineamento totale.
9:21 Speaker 2: E a proposito di disallineamento, passiamo alla politica industriale. Perché il caso sollevato oggi dalla stampa è clamoroso. Parliamo degli incentivi statali per il settore dell'auto. Il governo ha stanziato 600 milioni di euro.
9:34 Speaker 3: Soldi polverizzati in nove ore nette. Un click day rapidissimo.
9:39 Speaker 2: E chi ha beneficiato di questa montagna di soldi pubblici? Secondo l'Anfia, l'associazione della filiera automobilistica, la maggior parte di questi fondi è andata a finanziare direttamente l'acquisto di veicoli cinesi.
9:51 Speaker 3: I numeri delle immatricolazioni parlano da soli. Le auto asiatiche hanno già il 12% del mercato totale in Italia.
9:58 Speaker 2: Ma se guardiamo solo all'elettrico?
10:00 Speaker 3: Sull'elettrico puro balzano un impressionante 39%. L'Anfia è su tutte le furie e sta chiedendo dazi protettivi a Strasburgo.
10:08 Speaker 2: Ma scusa... Che senso ha vantarsi di un'economia forte se poi preleviamo le tasse dai cittadini per sovvenzionare l'acquisto di prodotti dei nostri concorrenti diretti in Asia?
10:18 Speaker 3: Il problema è come è stata scritta la misura. In origine una fetta di questi fondi doveva andare a creare infrastrutture, tipo le colonnine di ricarica sul territorio.
10:26 Speaker 2: Che servono a tutti.
10:27 Speaker 3: Esatto. Invece sono stati spostati tutti sullo sconto al consumatore finale, senza inserire mezza clausola sulla provenienza dell'auto o su una quota di produzione europea
10:37 Speaker 2: Quindi uno sconto indiscriminato
10:39 Speaker 3: Sì, e se fai uno sconto in percentuale o a quota fissa, favorisci inevitabilmente chi ha il prezzo di partenza più basso. E i produttori cinesi, avendo materie prime a basso costo e sussidi statali in patria, vincono a mani basse.
10:53 Speaker 4: In pratica abbiamo usato 600 milioni di euro per erodere la nostra stessa filiera industriale.
10:59 Speaker 3: Precisamente.
11:00 Speaker 4: Molto bene, si fa per dire. Questo ci porta dritti al nostro terzo tema, che allarga lo sguardo a livello globale. Il costo dell'incertezza. Lucrazia Reiklin, oggi sul Corriere della Sera, fa un'analisi magistrale sulle banche centrali. Ci sono due modelli completamente opposti in questo momento.
11:20 Speaker 3: Da una parte la BCE di Christine Lagarde a Francoforte, dall'altra la Federal Reserve americana guidata dal nuovo presidente, Kevin Walsh.
11:28 Speaker 2: La BCE ha scelto di spiegare il metodo. Cioè, Lagarde non ci dice esattamente a quanto fisserà i tassi tra sei mesi, ma ci dice con quali criteri guarderà l'inflazione e la disoccupazione per decidere. Cerca di essere trasparente.
11:43 Speaker 3: Mentre Walsh e la Fed stanno facendo esattamente il contrario. hanno abolito la cosiddetta forward guidance, nessuna indicazione preventiva al mercato, silenzio assoluto sulle mosse future.
11:53 Speaker 2: E questo ci riporta alla metafora iniziale, il navigatore spento. Ma la mia domanda è, in fondo non è giusto così. I mercati non dovrebbero guardare all'economia reale invece di aspettare che un banchiere centrale li prenda per mano ogni mese.
12:08 Speaker 3: In teoria, la logica di Walsh è proprio questa. Lui dice che se la banca centrale parla troppo, finisce per manipolare i prezzi, E gli investitori non capiscono più il vero valore del denaro.
12:19 Speaker 2: Certo.
12:19 Speaker 3: Nella pratica, però, i mercati odiano il buio più delle cattive notizie. Se toglie la bussola, scatta il panico. I rendimenti dei treasury americani, i titoli di Stato a 10 e 30 anni, sono schizzati ai massimi da 20 anni.
12:32 Speaker 2: Esatto. E siccome quei titoli sono il parametro per tutto il sistema globale, i costi salgono ovunque, dai titoli di Stato europei ai mutui delle famiglie.
12:42 Speaker 3: L'incertezza istituzionale diventa un costo reale e quotidiano. E a proposito di costi quotidiani, spostiamoci su un'altra conseguenza dell'incertezza globale. Il giornale fa i conti dell'esodo estivo. Ci sono 26 milioni di italiani in viaggio in questi giorni.
12:56 Speaker 2: E i prezzi dei carburanti sono a livelli critici. Parliamo di 1,99 euro per la benzina al self- service. E il diesel è stabilmente sopra i 2,09 euro. E la cosa assurda è che questo succede nonostante lo sconto governativo di 17 centesimi sulle accise.
13:15 Speaker 3: Uno sconto che costa allo Stato 125 milioni di euro. Senza quello il diesel oggi sfiorerebbe i 2,26 euro, battendo il record assoluto del marzo 2022. Ma
13:26 Speaker 2: la domanda che si fanno tutti è, il prezzo del petrolio in borsa non è alle stelle, è fermo intorno ai 90 dollari al barile. Se la materia prima costa uguale, perché paghiamo così tanto al distributore?
13:38 Speaker 3: Ce lo spiega proprio la BCE. Il problema non è il costo dell'estrazione, ma i cosiddetti margini di raffinazione. Facciamo un esempio pratico. Immagina il petrolio grezzo come la farina e la benzina che metti nell'auto come il pane fresco Il costo della farina al mercato è rimasto uguale, ma i furguni che devono portare quella farina ai forni europei sono costritti a fare giri immensi perché le strade principali sono interrotte.
14:03 Speaker 2: E il problema sono le strade, cioè il Mar Rosso e lo stretto di Ormuz.
14:08 Speaker 3: Esatto. Gli attacchi in quelle zone obbligano le navi cisterna che trasportano i prodotti già raffinati a cambiare rotta. Invece di passare da Suez, devono circunnavigare tutta l'Africa passando dal Capo di Buona Speranza.
14:22 Speaker 2: E questo significa settimane di viaggio in più.
14:25 Speaker 3: Settimane di carburante bruciato dalle navi stesse. Salari extra per gli equipaggi e polisse assicurative che sono esplose per il rischio di guerra.
14:33 Speaker 2: E tutti questi costi imprevisti di logistica si scaricano fino all'ultimo centesimo su di noi, cioè sul prezzo alla pompa di benzina. Ma la cosa che fa più rabbia, leggendo i retroscene del Corriere, è la questione diplomatica.
14:48 Speaker 3: il fallimento della missione navale, intende.
14:50 Speaker 2: Sì, Stati Uniti e Regno Unito avevano proposto di creare una missione navale europea specifica per scortare i mercantili in quello stretto. E chi ha bloccato tutto?
15:01 Speaker 3: Italia e Francia.
15:03 Speaker 2: hanno messo un veto. Si sono rifiutate di avviare operazioni di scorta commerciale prima di arrivare a un cessato il fuoco nella regione, per paura di un'escalation militale.
15:13 Speaker 3: L'intento politico era prudente, ma il risultato commerciale è che la principale arteria energetica dell'Europa è rimasta completamente paralizzata e vulnerabile. E noi lo paghiamo 2 euro al litro.
15:24 Speaker 2: Chiaro, è tutto collegato. Allora, prima di chiudere, facciamo una rapida rassegna flash sulle altre notizie, per avere il quadro completo. Partiamo da The Guardian, che riporta una notizia pesantissima da Mosca.
15:37 Speaker 3: Un attentato in pieno centro.
15:38 Speaker 2: Sì, una bomba artigianale è esplosa vicino a un noto ristorante italiano al piano terra di un grattacielo staliniano, in piazza Kudrinskaya. Ci sono tra i tre e i cinque morti confermati, tra cui la donna che trasportava l'ordigno e un addetto alla sicurezza. Decine di feriti.
15:56 Speaker 3: Le indagini parlano di terrorismo, ma l'indiscrizione più rilevante è sul bersaglio. Pare fosse un alto ufficiale delle forze armate russe, sospettato di essere coinvolto nei massacri di Bugua in Ucraina. Ovviamente non ci sono confermi ufficiali dal Cremlino.
16:10 Speaker 2: Da monitorare attentamente. Poi, spostandoci in Europa, Politico lancia un allarme sull'Ungheria, che è a serio rischio di blackout nazionale. E il motivo è climatico.
16:20 Speaker 3: La siccità ha abbassato drasticamente il livello del Danubio.
16:23 Speaker 2: Esatto. E questo impedisce il raffreddamento dei reattori della centrale nucleare di Pax. Parliamo di una struttura che da sola produce il 40% dell'elettricità ungherese.
16:34 Speaker 3: Hanno dovuto chiedere alla popolazione di spegnere i condizionatori e gli elettrodomestici nelle ore di punta serali, per evitare di dover tagliare la corrente alle industrie.
16:44 Speaker 2: E a proposito di clima, chiudiamo i flash con una notizia curiosa ma molto emblematica da Will Media. L'Unione Europea sta pagando dei greggi di capre per prevenire gli incendi boschivi.
16:55 Speaker 3: Sembra uno scherzo, ma è una strategia efficacissima.
16:58 Speaker 2: Succede in Spagno e anche da noi, nel Lecchese. I fondi comunitari sovvenzionano questi animali per farli pascolare in zone strategiche. Loro brucano l'erba secca e la bassa vegetazione, eliminando di fatto il combustibile naturale che fa propagare il fuoco.
17:14 Speaker 3: Animali pompieri, in sostanza, che però generano anche un'economia secondaria, perché i formaggi e la carne di questi greggi, curati in modo così naturale, sono finiti in un mercato di nicchia a prezzi altissimi. Sostenibilità che diventa profitto
17:27 Speaker 2: Decisamente. Tiriamo le somme di questa puntata densissima. Il concetto di vulnerabilità è ovunque. L'Europa si divide sulle pressioni migratorie a Ceuta, l'Italia produce ricchezza ma si blocca perché mancano lavoratori e regala soldi per le auto cinesi. E i mercati tremano davanti ai silenzi delle banche centrali, mentre noi paghiamo il carburante a peso d'oro per i blocchi nel Mar Rosso.
17:53 Speaker 3: È un sistema globale che fatica a trovare un equilibrio in ogni singolo settore.
17:58 Speaker 2: Ma voglio lasciarvi con un pensiero provocatorio, basato su un editoriale dell'Economist che abbiamo letto oggi. Riguarda l'aria condizionata.
18:07 Speaker 3: Un tema attualissimo.
18:08 Speaker 2: Molto attuale. Oggi il raffreddamento artificiale produce il 4% delle emissioni globali di gas serra e dentro il 2050 la domanda triplicherà. Cioè, più ci raffreddiamo, più scaldiamo il pianeta.
18:22 Speaker 3: Ed è diventato anche un terreno di scontro politico e di classe. L'Economist nota che in Francia la destra chiede condizionatori in tutte le scuole e gli ospedali, mentre l'estrema sinistra ambientalista vuole tassarli o limitarli per salvare le emissioni.
18:35 Speaker 2: Ma il vero dramma sociale si vede in paesi come l'India, dove le fasce più povere sono costrette a spendere l'8% del proprio reddito solo per raffreddarsi e non morire letteralmente di caldo. mentre noi in Occidente spendiamo lo 0,2% in media.
18:49 Speaker 3: Un divario enorme.
18:50 Speaker 2: Enorme. La vera sfida del futuro, quindi, non sarà solo capire come produrre energia pulita. Sarà decidere politicamente chi potrà permettersi di sopravvivere alle temperature del nuovo mondo, senza che questo tentativo distrugga l'equilibrio del pianeta per sempre.
19:05 Speaker 3: Un bel dilemma. Per continuare a esplorare questi meccanismi e capire cosa c'è dietro le notizie, vi invitiamo a cliccare il tasto Segui sulle vostre piattaforme di ascolto. E se questa puntata vi è stata utile, lasciateci una valutazione a 5 stelle su Spotify o Apple Podcasts.
19:23 Speaker 2: A domani, sempre su due pagine, senza rumore di fondo.
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