Il debito francese scotta più del nostro | Sab 22 ago
Informazioni su questo episodio
E se la prossima grande crisi globale partisse dal debito, dalla geopolitica o dalla perdita di competitività industriale dell’Europa?In questo episodio analizziamo alcuni dei principali rischi che stanno mettendo sotto pressione l’economia mondiale: dal debito pubblico americano e dagli squilibri finanziari europei alle tensioni tra Turchia e Israele, fino alla sfida tecnologica e industriale che l’Europa deve affrontare per non diventare dipendente da Stati Uniti e Cina.
Partiamo dalla finanza internazionale, dove il debito degli Stati Uniti ha superato i 40.000 miliardi di dollari e le tensioni sui mercati valutari mostrano quanto siano fragili gli equilibri del sistema monetario globale. Analizziamo anche la diversa situazione di Francia e Italia, due economie dell’Eurozona che affrontano il problema del debito pubblico da posizioni molto differenti.
Da qui nasce una domanda strategica: l’Europa può continuare a subire le conseguenze degli squilibri tra Stati Uniti e Cina oppure deve costruire un terzo polo monetario e geopolitico, insieme ad altre potenze intermedie?
Ci spostiamo poi in Medio Oriente, dove il confronto tra Recep Tayyip Erdoğan e Benjamin Netanyahu rischia di trasformare l’asse Siria-Libano in un nuovo punto di escalation. Al centro c’è una distinzione fondamentale tra potere e autorità: due concetti che possono sembrare simili, ma che producono conseguenze profondamente diverse nella gestione delle crisi internazionali.
La partita decisiva, però, potrebbe essere quella industriale. L’Europa non può limitarsi a migliorare gradualmente ciò che già possiede: deve compiere un vero salto tecnologico, soprattutto nell’intelligenza artificiale. Per le imprese, e in particolare per le PMI, la sfida non è necessariamente costruire il prossimo modello AI generalista, ma utilizzare dati proprietari e intelligenza artificiale verticale per rendere più efficienti produzione, logistica e processi aziendali.
In questo quadro, l’ex Ilva di Taranto diventa un caso emblematico di sovranità industriale. Difesa, automotive ed edilizia dipendono dalla disponibilità di acciaio competitivo, ma la transizione verso una siderurgia più sostenibile richiede contemporaneamente nuovi impianti, energia a basso costo, elettroforni e risanamento ambientale.
Analizziamo inoltre la ripresa dell’industria manifatturiera europea, il ruolo sempre più importante del Crédit Agricole nel risiko bancario italiano e le possibili conseguenze delle tensioni energetiche sulla politica monetaria della BCE.
Infine, affrontiamo un tema che spesso viene considerato separato dalla grande economia ma che ne rappresenta una condizione fondamentale: la sicurezza sul lavoro. Dal rischio legato allo stress termico al ruolo dei corpi intermedi, la sostenibilità delle trasformazioni economiche passa anche dalla capacità di proteggere la dignità delle persone e mantenere coesa la società.
Un episodio per capire perché debito, geopolitica, industria, intelligenza artificiale, energia e coesione sociale siano ormai parte di un’unica grande sfida: costruire un’Europa capace non soltanto di regolamentare il futuro, ma di avere abbastanza forza economica e strategica per determinarlo.
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Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
0:00 Speaker 2: Giornali aperti e notizie sul tavolo. Siete su due pagine. La
0:04 Speaker 3: rassegna stampa che vi racconta cosa conta davvero, senza rumore di fondo
0:09 Speaker 2: I tre temi di oggi. 1. La bomba orologeria del debito globale, con la Francia che paga tassi più alti dell'Italia e gli Stati Uniti che manipolano le valute in modo, diciamo, piuttosto spregiudicato.
0:23 Speaker 3: 2. L'economia reale, tra la manifattura europea che resiste e l'illusione delle aziende di poter competere senza l'intelligenza artificiale
0:31 Speaker 2: 3. Lo scontro inevitabile tra Erdogan e Netanyahu in Medio Oriente e il disperato bisogno europeo di indipendenza strategica, a partire dall'acciaio dell'ILVA.
0:42 Speaker 3: E partiamo dai numeri crudi e perché ribaltano decenni di certezzi. Marco Fortis sul Messaggero fotografa una specie di faglia sismica in Europa. Il debito francese ha raggiunto a fine marzo 2026 la quota di 3.536 miliardi di euro. 3.536? Esatto. Parliamo di 378 miliardi in più
0:58 Speaker 2: di quello italiano. Firmiamoci un attimo sui numeri perché la Francia ci aveva superato in valori assoluti solo nel 2020. Cioè leggendo i dati dal 2024 al 2025 il debito francese è aumentato di 154 miliardi. Quello italiano è cresciuto di 129. Quindi la differenza di crescita nell'ultimo anno non è abissale. La domanda è siamo diventati virtuosi noi all'improvviso o stanno semplicemente peggio gli altri? L'aumento sembra pericolosamente simile.
1:36 Speaker 3: Stanno peggio gli altri. La differenza è tutta nella qualità del deficit. L'aumento italiano di 129 miliardi è composto, per una sessantina di miliardi, da deficit reale. Il resto, parliamo di quasi 70 miliardi, sono scorie statistiche.
1:53 Speaker 2: Spieghiamo.
1:54 Speaker 3: Aggiustamenti contabili. Parliamo essenzialmente degli oneri dei crediti di imposta di feriti, la roba ereditata dai superbonus edilizi.
2:02 Speaker 2: Ah, la coda del super bonus.
2:04 Speaker 3: Esatto. È una voce contabile in esaurimento, cioè è un debito già contratto che si spalma nel tempo. L'aumento francese di 154 miliardi, invece, è quasi tutto deficit primario strutturale. Loro superano il 5,1% del PIL di spese in eccesso rispetto alle entrate correnti.
2:21 Speaker 2: Ok, chiariamo questa questione del bilancio, perché l'articolo del messaggero insiste tantissimo su questo deficit primario. Suona un po' come gergo per addetti ai lavori. Stiamo dicendo che prima ancora di pagare gli interessi sui vecchi debiti, la Francia spende ogni singolo mese per far funzionare lo Stato molto più di quello che incassa con le tasse?
2:41 Speaker 3: Corretto. Al netto della spesa per interessi, l'Italia ha un bilancio primario positivo, 18 miliardi. Noi incassiamo più di quello che spendiamo per i servizi. Il nostro deficit totale di 68 miliardi è interamente causato, insomma, fagocitato dagli 86 miliardi che spendiamo per ripagare gli interessi sulle montagne di debito del passato.
3:04 Speaker 2: Chiaro, il fardello storico.
3:05 Speaker 3: La Francia ha l'opposto. Su 153 miliardi di deficit totale... Ben 87 miliardi sono di deficit primario strutturale, cioè loro spendono strutturalmente più di quanto incassano nell'economia reale e i mercati se ne sono accorti.
3:20 Speaker 2: E infatti il tasso decennale francese, il rendimento che Parigi deve garantire per farsi prestare sodi a 10 anni, è al 4,12%, quell'italiano è al 4,09%.
3:31 Speaker 3: Sì, lo spread è strutturalmente invertito ormai.
3:34 Speaker 2: Parigi paga un interesse superiore a tutti i paesi dell'euroarea inclusi quelli che, ti ricorderai, durante la crisi del debito sovrano chiamavano Club Med, tipo Spagna o Grecia.
3:45 Speaker 3: C'è un altro livello di vulnerabilità in questa storia che sfugge a una prima lettura e riguarda chi detiene fisicamente questi titoli. A fine 2025 l'Italia aveva 446 miliardi di debito in mano ai propri cittadini.
3:57 Speaker 2: Famiglie privati.
3:59 Speaker 3: Famiglie privati non finanziari. È un debito, diciamo, autofinanziato, stabile, che è immune alle ondate di panico speculativo. La Francia in questa specifica categoria protetta ha solo 39 miliardi.
4:10 Speaker 2: Quindi il resto è in mano a grandi fondi internazionali che sono pronti a vendere al primo segnale di allarme.
4:15 Speaker 3: Perfetto. Se escludiamo la quota in mano ai cittadini e quella della banca centrale, la parte rischiosa del debito italiano scambiabile sui mercati è di 2.648 miliardi. Quella francese è di 3.422. Uno
4:31 Speaker 2: scarto di 800 miliardi a nostro favore.
4:34 Speaker 3: Un cuscinetto di sicurezza che è quintuplicato in sei anni. Ma c'è un elefante nella stanza. E il messaggero lo fa notare.
4:42 Speaker 2: Gli Stati Uniti.
4:43 Speaker 3: Gli Stati Uniti. Il debito pubblico americano ha sfondato i 40.000 miliardi di dollari. Il decennale americano rende il 4,70%. Quindi
4:53 Speaker 2: cosa significa in pratica per un imprenditore italiano... che cerca un finanziamento per espandere l'azienda l'anno prossimo.
5:00 Speaker 3: Significa che il costo del denaro non scenderà. L'avvitamento franco- americano assorbe i capitali a livello globale. Se Washington e Paligi devono offrire rendimenti sempre più alti per farsi prestare i soldi, le banche e gli investitori vanno lì. Drenano liquidità. Esatto, drenano risorse. Per un'impresa italiana ottenere liquidità costerà di più. E per il governo italiano questo impone un rigore assoluto sui conti in vista della manobra. Le mance preelettorali qui si scontrano col rischio di contagio globale.
5:31 Speaker 2: E questo mostruoso debito americano sta già spaccando gli equilibri monetari. Giovanni Tria, sul suo Le 24 Ore, analizza una mossa della Federal Reserve, che ad agosto è passata, direi, quasi sotto silenzio. La Fed ha comprato massicciamente i yen giapponesi, ma non li ha comprati scambiandoli con dollari. Ha venduto euro dalle proprie riserve. E tutto questo senza concordare minimamente l'operazione con la Banca Centrale Europea.
6:00 Speaker 3: L'obiettivo manifesto era far apprezzare lo yen, che stava letteralmente crollando. Il Giappone importa energia in dollari, quindi con lo yen debole l'inflazione a Tokyo stava esplodendo.
6:12 Speaker 2: Ok, faccio l'avvocato del diavolo. Se la Fed voleva aiutare la Banca del Giappone a sostenere lo yen, perché non usare semplicemente i propri dollari? Perché tirare in ballo l'euro?
6:24 Speaker 3: Perché il meccanismo ruota attorno alla paura di un collasso del mercato obbligazionario americano. Se la Fed non fosse intervenuta, il Giappone avrebbe dovuto difendere lo yen da solo.
6:34 Speaker 2: Vendendo le sue riserve.
6:35 Speaker 3: E la più grande riserva estera del Giappone sono i treasury bonds, i titoli di Stato americani.
6:41 Speaker 2: Ah! Quindi se Tokyo inonda il mercato di titoli americani per incassare valuta da convertire in yen, l'offerta di debito USA esplode.
6:51 Speaker 3: La matematica finanziaria non perdona. Quando l'offerta di un'obbligazione sale drasticamente, il prezzo scende e il rendimento schizza verso l'alto.
7:00 Speaker 2: E gli Stati Uniti si troverebbero a pagare interessi insostenibili su 40.000 miliardi di debito.
7:06 Speaker 3: Esattamente. Il debito sarebbe diventato costosissimo da rifinanziare. Quindi la Fed ha agito d'anticipo. Ha usato le riserve in euro per comprare yen, sostenendo la voluta giapponese, evitando che Tokyo vendesse i treasury e di fatto mantenendo il dollaro forte.
7:23 Speaker 2: Un'operazione chirurgica che però scarica il problema sull'Europa, indebolendo artificialmente l'euro. Tria sul sole evidenzia un cortocircuito teorico pazzesco. Storicamente le valute asiatiche sono deboli rispetto al dollaro, anche se la Cina ha enormi surplus commerciali con gli Stati Uniti.
7:40 Speaker 3: Che in un sistema logico non
7:42 Speaker 2: ha senso. Esatto. Se sporti tanto verso USA chiedi dollari, li converti nella tua moneta … La tua moneta si apprezza e il dollaro si svaluta. Così riequilibri. Ma questo meccanismo si è rotto.
7:55 Speaker 3: Si è rotto perché la domanda di dollari resta artificialmente altissima. Le banche centrali mondiali continuano a comprare debito americano considerandolo il bene rifugio assoluto.
8:04 Speaker 2: E Wall Street drena tutto il resto.
8:06 Speaker 3: I capitali globali vengono aspirati dalle borse americane, soprattutto dalle tech. Quindi il dollaro non si svaluta mai quanto l'economia reale richiederebbe. Ma con un debito a 40 trilioni, insomma, la fiducia cieca nella stabilità di Washington inizia a sgretolarsi.
8:21 Speaker 2: Se il debito USA viene percepito come rischioso, crolla tutto. Il dollaro perde il privilaggio esorbitante. Tria delinea un vicolo cieco. Ai USA serve una svalutazione del dollaro per riequilibrare l'economia. Ma se avviene perché i mercati scappano dal debito, è il caos.
8:38 Speaker 3: Un dollaro più crolle improvviso annienterebbe i margini degli esportatori europei e cinesi. e gli USA importerebbero un'inflazione devastante, costringendo la Fed a tenere i tassi altissimi per decenni.
8:50 Speaker 2: E Tria propone una soluzione politica. Suggerisce che l'Europa, magari con potenze intermedie come il Canada, crei un terzo polo monetario.
9:00 Speaker 3: Serve forzare Pechino e Washington a uscire dalla logica unilaterale. Quella vendita di euro per comprare yen non è un tecnicismo. È un avvertimento diretto a Francoforte.
9:10 Speaker 2: La guerra delle valute è già in corso.
9:13 Speaker 3: Sì, per scaricare i costi di inflazione e debito sui partner. E questo ci porta dritti alla reazione dell'economia reale a questi shock. La vigna Ceci, sull'altra voce, analizza i dati PMI di agosto della manifattura europea.
9:25 Speaker 2: Che sorprendono, perché se gli USA manipolano le valute e alterano gli equilibri, uno penserebbe che le nostre fabbriche stiano crollando. Invece l'indice PMI manifatturiero dell'Eurozona ha toccato i 53,4 punti.
9:40 Speaker 3: Ricordiamo che il PMI è il termometro dei direttori acquisti. Sopra quota 50 significa che le aziende non stanno licenziando o fermando le macchine. Stanno comprando materie prime per espandere la produzione.
9:51 Speaker 2: E il livello più alto da 4 anni e mezzo.
9:54 Speaker 3: I dati di S & P Global lo confermano. Stimano un PIL dell'Eurozona a più 0,3% negativamente. E lì è un riflesso diretto della loro paralisi politica e fiscale.
10:17 Speaker 2: Però c'è una dissonanza enorme tra questi dati produttivi e il quadro monetario. Le aziende hanno gli ordini, ma chiedere liquidità in banca per evaderli costa cifre esorbitanti. L'inflazione è scesa, ok, ma le catene di fornitura sono sotto stress. Per il Medio Oriente, il blocco del Mar Rosso...
10:37 Speaker 3: L'ABC ha le mani legate. Non ha margini per allentare aggressivamente. Chris Williamson di S & P Global è chiarissimo. Non si possono escludere nuovi aumenti o comunque un mantenimento dei tassi attuali per molto tempo.
10:50 Speaker 2: Ed eccoci al paradosso per le PMI. Crescere espandendo in modo lineare la produzione, cioè comprando un capannone in più o assumendo 50 operai tradizionali in più, è finanziariamente impossibile con questi tassi. E qui Ferruccio Resta e Francesco Umbertini sul Corriere della Sera spiegano che l'unico modo per aumentare i margini oggi è cambiare strumento competitivo. Usano un'analogia sportiva.
11:16 Speaker 3: L'analogia è perfetta. Ottimizzare i processi aziendali noti è come fare il salto in alto tradizionale. Lavori sui dettagli. Sì, sull'efficienza marginale. Ma i record li batti di millimetri. Il record maschile resiste dal 93, quello femminile ha retto 40 anni. Oltre un certo limite, la fisica umana non va. Ma se passi al salto con l'asta, cambi la fisica del problema
11:41 Speaker 2: Duplantis ha battuto il record del mondo 14 volte in 5 anni. L'asta non sostituisce l'atleta, ma ne moltiplica la forza esponenzialmente. Ora, nel mercato di oggi, il Corriere dice che quell'asta è l'intelligenza artificiale. Però chiariamo, se hai un'azienda di logistica con 50 camion, l'EI non significa pagare chat GPT per farti scrivere l'email ai fornitori in modo più gentile.
12:07 Speaker 3: Esatto. L'analisi si concentra sulle AI applicate ai dati proprietari. Modelli verticali, specializzati, addestrati solo sul know- how interno dell'azienda.
12:16 Speaker 2: Tradotto in pratica.
12:18 Speaker 3: Prevedere che una fresa meccanica si guasterà tre giorni prima che si rompa effettivamente fermando l'intera linea. Oppure ottimizzare le rotte della logistica in tempo reale, incrociando meteo, costi del carburante e congestione dei porti.
12:33 Speaker 2: Modelli sartoriali.
12:35 Speaker 3: Però l'adozione arranca in Italia. Se passi al salto con l'asta, non puoi usare la rincorsa dei vecchi saltatori in altro, se no ti schianti. Le aziende italiane spesso comprano il software, ma non investono un euro per formare i dipendenti a usare la macchina.
12:50 Speaker 2: Manca il modello organizzativo.
12:53 Speaker 3: E poi c'è il macigno sistemico europeo, cioè l'ipertrofia normativa. Bruxelles affronta la tecnologia preoccupandosi prima di tutto di normarla. L'AI Act europeo è l'esempio plastico.
13:05 Speaker 2: Praticamente l'equivalente di scrivere un manuale di sicurezza stradale per le carrozze a cavalli, prima ancora che qualcuno abbia perfezionato il motore a scoppio, nel timore che un'auta possa investire un pedone. L'Europa pensa a sanzionare chi tocca l'asticella, prima di allenare gli atleti a saltare.
13:23 Speaker 3: Mentre cinesi e americani, pieni di capitali statali o venture capital, sono già in pedana. Sbagliano, rompono le aste, ma battono i record. L'Europa produce la legislazione più sicura del mondo per un deserto industriale, senza un singolo campione tecnologico europeo globale.
13:39 Speaker 2: E a proposito di chi ha i capitali per comprare queste tecnologie, c'è un flash sul foglio, firmato da Stefano Cingolani, sul risico bancario in Italia. Se l'operazione L'Ovaglio va in porto, nascerà un terzo polo bancario attorno a MPS e Banco BPM. Ma l'azionista di maggioranza sarà francese, il Credi Agricol.
14:00 Speaker 3: Cingolani indaga il motivo. Il credit agricolo non è una banca d'affari anglosassone. Nasce dalle vecchie casse mutualistiche contadine dell'Ottocento. È una struttura cooperativa. Questo gli dà un vantaggio netto, il capitale paziente.
14:15 Speaker 2: Capitale paziente. Suona bene in teoria. Significa che non sono schiavi delle trimestrali di borsa.
14:22 Speaker 3: Non devono distribuire dividendi fogli ai fondi speculativi ogni tre mesi. È la differenza tra un agricoltore che pianta un frutteto per i nipoti... e un day trader che compra e vende derivati sulle mele ogni 10 secondi. Loro possono incassare perdite a breve termine, pur di conquistare il mercato.
14:38 Speaker 2: E si stanno prendendo l'Italia. Hanno già preso Cariparma, Friuladria, Creval. Hanno quasi il 30% di Banco BPM. C'è però un'ipocrisia politica pazzesca, che il foglio sottolinea. Quando Unicredit ci prova, la politica alza le barricate, in difesa dell'italianità.
14:56 Speaker 3: Sì.
14:57 Speaker 2: Il credito agricolo opera indisturbato. Pur essendo francese, non subisce quella che Cingolani chiama la xenofobia leghista.
15:07 Speaker 3: Perché si mimetizzano, mantengono i marchi locali. Un altro cambiamento strutturale che passa inosservato riguarda il lavoro. Marco Paoletti su Italia Oggi evidenzia una direttiva dell'Ispettorato del Lavoro sul rischio calore.
15:21 Speaker 2: Il caldo estremo non è più l'emergenza per cui dai le bottigliette d'acqua in cantiere e speri che passi.
15:27 Speaker 3: No, diventa rischio strutturale. Le aziende devono inserirlo nel DVR, il documento di valutazione dei rischi. Impone obblighi rigidi, rimodulazione degli orari, pause in aree climatizzate, ruotazione dei turni per chi fa sforzi fisici.
15:42 Speaker 2: E c'è una clausola pesante. Se le condizioni meteo rendono il rischio non accettabile, scatta la sospensione temporanea delle attività. Anche nei subappalti, il coordinatore dei lavori può e deve bloccare tutto se ravvisa un pericolo.
15:57 Speaker 3: che significa ritardi e penali milionarie lungo tutta la catena logistica.
16:02 Speaker 2: E queste catene logistiche frammentate si scontrano con tensioni geopolitiche enormi, che ci riportano al Medio Oriente, l'inflazione, i noli marittimi. Domenico Quirico, sulla stampa, analizza i due uomini che tengono in ostaggio l'equilibrio globale, Erdogan e Netanyahu. Li chiama due scorpioni nella bottiglia.
16:22 Speaker 3: Un'analogia perfetta per uno scontro inevitabile in uno spazio vitale che non può contenere entrambi.
16:28 Speaker 2: Qui riconota che entrambi fondano la sopravvivenza politica su miti identitari disallineati dalla realtà.
16:35 Speaker 3: Erdogan agita la Turchia neo- ottomana, espansionisto. Netanyahu va in della grande Israele, l'illusione di poter cancellare la questione arabo- palestinese alterando le mappe con la forza militare.
16:47 Speaker 2: Solo speculari. manipolatori delle paure interne, basano la prassi politica sulla moralità assoluta e sul fatto compiuto. Fanno il loro gioco. Il mondo si indigna, le Nazioni Unite fanno le risoluzioni, ma nessuno muove un dito.
17:02 Speaker 3: Però Quirico fa una distinzione chiave. Entrambi hanno un potere immenso, ma sono totalmente privi di autorità.
17:08 Speaker 2: Questa è fondamentale. Il potere ti fa obbedire perché hai una pistola o l'esercito.
17:14 Speaker 3: Sì, ti imponi con la forza.
17:15 Speaker 2: L'autorità è quando ti obbediscono perché riconoscono la tua leadership e i tuoi valori. Il potere puro crea paula. L'autorità crea rispetto. Loro hanno le armi, ma zero autorevolezza internazionale.
17:29 Speaker 3: E il dramma è il cinismo occidentale. USA ed Europa non possono fare a meno di Erdogan e la NATO. E Washington non rinuncia a Netanyahu come ancoraggio in Medio Oriente. Ma la tolleranza sta finendo. Lo scoltro tra questi due poli non avverrà a Gaza, ma in Siria e Libano.
17:44 Speaker 2: La recente avanzata delle milizie jihadiste verso Damasco, sostenute da Ankara, è una vittoria tattica per Erdogan, ma per Netanyahu è un incubo, Israele proferiva un regime di Assad debole ma prevedibile, piuttosto che uno Stato fallito in mano a fazioni radicali sunnite.
18:02 Speaker 3: E infatti Israele sta già allargando i bombardamenti. La conclusione di Quirico è che scivoliamo verso una guerra regionale e l'Europa deve prepararsi a uno scenario in cui questi due leader non ci saranno più.
18:13 Speaker 2: E questo livello di instabilità, con il rischio di un blocco navale permanente e l'energia alle stelle, impone una riflessione sull'autonomia europea, Giuseppe Vegas, sul messaggero, ci porta dritti a Taranto, alla madre di tutte le questioni industriali, l'ILVA.
18:30 Speaker 3: L'acciaio non è un bene di consumo, è il sangue della manifattura. Edilizia, automotive, difesa. L'Italia ne consuma 20 milioni di tonnellate all'anno.
18:39 Speaker 2: E l'ILVA oggi?
18:40 Speaker 3: L'ILVA ne produce a stento 3 milioni, su una capacità di 6
18:44 Speaker 2: Noi importiamo quasi tutto. Vegas dice che ripristinare Taranto non è un'operazione nostalgia, è sicurezza nazionale. Se non hai l'acciaio in casa, un paese esportatore ti ricatta in cinque minuti.
18:57 Speaker 3: Corretto a livello macroeconomico, ma la realtà giudiziaria afferma tutto.
19:01 Speaker 2: Già. La Corte di Appello di Milano vuole spegnere l'area a caldo dell'Ilva entro ottobre, per disastri ambientali. Cioè, l'area a caldo sono gli altoforni a carbone che emettono diossina sui quartieri. Come si concilia la geopolitica con il diritto di non ammalarsi respirando i fumi?
19:18 Speaker 3: Vegas indica l'unica via tecnica. I forni elettrici ad arco. Il modello carbon free. Invece di fondere la roccia, ricicli i rottami metallici e abbatti a zero le emissioni mortali.
19:28 Speaker 2: Sarebbe perfetto. Acciaio italiano e cieli puliti. Qual è il problema?
19:33 Speaker 3: L'energia. Un forno elettrico per fare milioni di tonnellate di acciaio richiede quantità inimmaginabili di energia elettrica, costante e a bassissimo costo. E noi non l'abbiamo.
19:43 Speaker 2: La rete non regge e costa troppo.
19:46 Speaker 3: Esatto. Non c'è l'infrastruttura. Senza una visione energetica nazionale, enorme, la transizione ecologica di Taranto è un'utopia teorica. L'impianto chiuderà per via giudiziaria e perderemo l'autonomia.
19:58 Speaker 2: E questa frizione tra lo Stato che norma dall'alto e le comunità industriali che subiscono è il tema dell'ultimo flash di Carlo Massonet sul foglio. Il CNEL ha ripreso il sociologo Robert Nisbet,
20:10 Speaker 3: che negli anni 50 denunciava il monismo dello Stato, l'idea che lo Stato assorba tutta la società annullando i corpi intermedi.
20:17 Speaker 2: Associazioni, sindacati, cooperative. Se togli quelle, l'individuo resta sradicato di fronte alla burocrazia.
20:24 Speaker 3: I corpi intermedi limitano il monopolio statale. Senza di loro, la società è un aggregato di individui soli e manipolabili.
20:32 Speaker 2: Eccoci al riepilogo Lampo.
20:33 Speaker 3: Il debito globale scricchiola, l'Italia deve stare attenta ai conti in manovra, la crescita passa dall'EI applicata ai dati, ma l'Europa pensa solo a normare. In un mondo instabile con leaders pregiudicati come Erdogan e Netanyahu, tornare a fare acciaio in casa non è un lusso, è sopravvivenza vitale. E
20:52 Speaker 2: allora vi lascio con questa. In un mondo dominato da superpotenze indebitate, pronte a manipolare le valute di notte e leader senza autorità che giocano alla guerra, la vera sovanità europea passerà dalla tecnologia dei server per normare l'intelligenza artificiale o piuttosto dalla brutale e fisica necessità di avere energia per far funzionare i forni elettrici dell'acciaio pesante. Pensateci quando festeggiamo le IACT. Se volete decifrare il rumore di fondo, seguite due pagine sull'app e lasciate 5 stelle.
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