Btp Italia Sì e il rifiuto del lavoro sottopagato | Sab 13 giu
Informazioni su questo episodio
L’Occidente sta entrando in una nuova fase della sua storia?In questo episodio analizziamo i grandi cambiamenti che stanno ridefinendo gli equilibri internazionali, dall’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran alle nuove strategie industriali europee, passando per il futuro del lavoro, della finanza e della sicurezza nel continente.
Partiamo dal Medio Oriente, dove la possibile intesa tra Washington e Teheran potrebbe segnare una svolta dopo mesi di tensioni e instabilità. Dietro il negoziato sullo Stretto di Hormuz si gioca infatti una partita molto più ampia che coinvolge energia, commercio globale, sicurezza regionale e il futuro del programma nucleare iraniano.
Ci spostiamo poi in Europa, dove governi e istituzioni sono chiamati a confrontarsi con una realtà sempre più complessa. Approfondiremo il dibattito sulla difesa comune, il concetto di “sicurezza integrata” e le nuove strategie con cui Bruxelles sta cercando di rafforzare la resilienza economica e sociale del continente in un contesto internazionale sempre più competitivo.
Analizzeremo inoltre la decisione della Banca Centrale Europea di aumentare i tassi di interesse, le conseguenze per famiglie e imprese e l’impatto che i prezzi dell’energia continuano ad avere su inflazione, crescita economica e mercati finanziari. Uno sguardo anche alle opportunità offerte dal nuovo BTP Italia e alle strategie che i risparmiatori stanno adottando per proteggere il proprio capitale.
Parleremo poi della trasformazione del capitalismo italiano, delle nuove dinamiche che coinvolgono Mediobanca, Generali e il controllo del risparmio nazionale, un tema sempre più centrale per comprendere il rapporto tra finanza, industria e interesse strategico del Paese.
Ampio spazio sarà dedicato anche al mercato del lavoro. Dietro il record storico dell’occupazione italiana emergono infatti profonde differenze generazionali: mentre la popolazione più adulta continua a sostenere la crescita occupazionale, i giovani stanno acquisendo un potere contrattuale senza precedenti grazie ai cambiamenti demografici e alla crescente scarsità di competenze qualificate.
Infine analizzeremo le tensioni politiche che attraversano l’Europa, il futuro dell’industria automobilistica europea, la corsa globale alla sovranità tecnologica e il ruolo sempre più decisivo che innovazione, dati e capacità industriale avranno nella competizione tra le grandi potenze.
Un episodio per capire come geopolitica, economia, lavoro e finanza stiano convergendo verso un nuovo equilibrio globale — e perché le trasformazioni in corso potrebbero influenzare il futuro dell’Europa e dell’Italia per i prossimi decenni.
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Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
Speaker 2: Giornali aperti e notizie sul tavolo, siete su due pagine.
Speaker 3: La rassegna stampa che vi racconta cosa conta davvero, senza
Speaker 3: rumore di fondo.
Speaker 2: E oggi partiamo da un paradosso tutto nostro. Cioè, cosa
Speaker 2: succede quando un'intera generazione decide che accettare un lavoro sottopagato
Speaker 2: non conviene più? Magari proprio perché l'eredità dei nonni permette
Speaker 2: di dire comodamente di no.
Speaker 3: Un bel cambio di prospettiva, diciamo.
Speaker 2: Decisamente. Ma per arrivarci, oggi viaggiamo su tre direttrici fondamentali. Primo,
Speaker 2: c'è l'ombra della guerra tra USA e Iran, che arriva
Speaker 2: dritta sui nostri risparmi, muovendo le leve della BCE fino
Speaker 2: al lancio del nuovo BTP Italia. Secondo, abbiamo un'Europa spaccata,
Speaker 2: dove i litigi di potere a Bruxelles si scontrano con
Speaker 2: la disperazione dell'industria dell'auto europea. E terzo, appunto, il mercato
Speaker 2: del lavoro italiano, Occupazione record di facciata, ma con una
Speaker 2: base giovanile che alza il prezzo, grazie all'inverno demografico.
Speaker 3: E direi di partire subito dalla prima direttrice. Perché sai,
Speaker 3: la geopolitica non è una materia stratta ad accademia. Insomma,
Speaker 3: si traduce immediatamente in bollette, mutui e inflazione per chi
Speaker 3: ci ascolta.
Speaker 2: Assolutamente sì. E leggendo Il Messaggero oggi, l'analisi di Andrew
Speaker 2: Spenhouse porta alla luce una dinamica negoziale estremamente complessa. Si
Speaker 2: parla dello stretto di Hormuz.
Speaker 3: Esatto. Il quadro in Medio Oriente ha innescato uno shock
Speaker 3: energetico e logistico immediato. Le fonti indicano che è imminente
Speaker 3: la firma di un Memorandum of Understanding tra Stati Uniti
Speaker 3: e Iran per riaprire questa via d'acqua fondamentale.
Speaker 2: Che poi è un passaggio obbligato per una marea di
Speaker 2: merci
Speaker 3: Praticamente sì. E l'amministrazione Trump preme per poter dichiarare una
Speaker 3: sorta di vittoria totale a livello mediatico. Ma se andiamo
Speaker 3: a leggere i termini reali dell'accordo, suggeriscono un ridimensionamento netto
Speaker 3: delle ambizioni di Washington.
Speaker 2: Ma infatti, leggendo i dettagli, sembra che i tre grandi
Speaker 2: obiettivi che nel 2018 avevano giustificato il ritiro degli Stati Uniti
Speaker 2: dall'accordo nucleare siano spariti dal tavolo.
Speaker 3: Completamente evaporati.
Speaker 2: All'epoca si chiedeva la fine totale del programma nucleare, il
Speaker 2: blocco dei missili balistici e lo stop al sostegno alle
Speaker 2: milizie regionali. Ora invece l'urgenza assoluta è riaprire lo stretto
Speaker 2: per far passare petrolio, gas, fertilizzanti. Ma il nodo vero,
Speaker 2: e qui ti chiedo aiuto, resta quell'uranio iraniano arricchito al 60%. Cioè,
Speaker 2: come si giustifica una percentuale che ha un passo dal
Speaker 2: livello militare?
Speaker 3: Spannaus chiarisce una cosa fondamentale. Questa concentrazione non è una sorpresa,
Speaker 3: non è un colpo di testa dell'ultimo minuto. L'arricchimento al
Speaker 3: 60% era un fatto noto fin dal 2021, approvato ufficialmente dal
Speaker 3: Parlamento iraniano.
Speaker 2: Ed è nato proprio come risposta alla pressione americana, giusto?
Speaker 3: Esatto. La campagna di massima pressione è lanciata da Washington,
Speaker 3: con l'abbandono dell'accordo. Praticamente la politica muscolare ha accelerato proprio
Speaker 3: quello che voleva impedire. Ora il compromesso si gioca sulle tempistiche.
Speaker 2: Washington chiede una moratoria di 20 anni sull'arricchimento e Teheran dice 10,
Speaker 2: se non sbaglio.
Speaker 3: Chiaro. E il punto di caduta, secondo i diplomatici, si
Speaker 3: assesterà sui 15 anni. Quindi, insomma, si torna all'impianto dell'accordo del 2015.
Speaker 3: L'Iran mantiene il nucleare civile, non sviluppa la bomba e
Speaker 3: ottiene la riapertura commerciale.
Speaker 2: Sembra quasi... La gestione di una crisi che le stesse
Speaker 2: politiche di prima avevano esacerbato. Ma il punto per noi
Speaker 2: è che questo blocco temporaneo di Ormuz ha già fatto
Speaker 2: danni enormi sui costi dell'energia in Europa. E questo ci
Speaker 2: porta dritti a Francoforte, alle mosse della Banca Centrale Europea.
Speaker 3: La cinghia di trasmissione tra la geopolitica e i nostri
Speaker 3: portafogli passa esattamente da lì. Il Sole 24 Ore oggi pubblica
Speaker 3: un'analisi di Giovanni Tria che solleva una critica tecnica durissima
Speaker 3: all'ultimo aumento dei tassi deciso dalla BCE.
Speaker 2: Un aumento fatto per mandare un segnale ai mercati, no?
Speaker 2: Nessuna tolleranza per un'inflazione oltre il 2%.
Speaker 3: Vero. Vogliono stroncare sul nascere qualsiasi spirale tra prezzi e salari.
Speaker 3: Il problema, secondo Tria, è che c'è una disconnessione profonda
Speaker 3: tra la natura della malattia e la medicina prescritta da Francoforte.
Speaker 2: Aspetta. Fammi capire bene questo passaggio. perché è un po' controintuitivo.
Speaker 2: La regola classica dell'economia dice che se l'inflazione sale, la
Speaker 2: banca centrale alza i tassi. Il credito costa di più,
Speaker 2: la gente spende meno, la domanda cala e i prezzi scendono.
Speaker 2: Quindi perché Tria sostiene che questa mossa, proprio adesso, spinge
Speaker 2: le aziende ad alzare ulteriormente i prezzi? Cioè sembra un controsenso? Sembra,
Speaker 2: ma il controsenso sparisce se guardiamo
Speaker 3: all'origine di questa inflazione. L'Europa non sta vivendo un'inflazione da
Speaker 3: eccesso di domanda. Non è che stiamo comprando troppi beni
Speaker 3: rispetto a quelli disponibili.
Speaker 2: Stiamo subendo un'inflazione importata.
Speaker 3: Esattamente. I prezzi salgono perché, a causa dei conflitti e
Speaker 3: dei blocchi logistici, costa molto di più importare energie e
Speaker 3: materie prime. Ora, se in questo scenario la BCE alza
Speaker 3: i tassi, rende il credito bancario molto più caro.
Speaker 2: E quindi le aziende si trovano schiacciate.
Speaker 3: Ma certo. Un'impresa che si trova a pagare bollette raddoppiate
Speaker 3: avrebbe bisogno di liquidità a basso costo per assorbire il colpo,
Speaker 3: magari riducendo temporaneamente i margini di profitto senza toccare il
Speaker 3: listino prezzi. È come
Speaker 2: frenare bruscamente
Speaker 3: una macchina che in realtà sta già finendo la benzina.
Speaker 3: Una sintesi perfetta. Rendendo il credito inaccessibile o troppo oneroso,
Speaker 3: la BCE toglie alle aziende questo cuscinetto di liquidità vitale.
Speaker 3: Le imprese sono con le spalle al muro. Hanno i
Speaker 3: costi di produzione alle stelle. non possono finanziarsi a tassi ragionevoli.
Speaker 3: E quindi cosa fanno? Non hanno altra scelta che scaricare
Speaker 3: subito questi costi sui prezzi finali per restare a galla.
Speaker 2: E a catena le famiglie vedono crollare il potere d'acquisto
Speaker 2: e chiedono aumenti di stipendio. Quindi, in pratica, alzare i
Speaker 2: tassi per spegnere l'incendio rischia di soffiare sul fuoco.
Speaker 3: Strangolando un'economia reale già in forte sofferenza. Ma infatti...
Speaker 2: E di fronte a un'inflazione che morde in questo modo,
Speaker 2: lo Stato deve inventarsi delle contromisure. Il Corriere della Sera,
Speaker 2: con un pezzo di Andrea Rinaldi, dettaglia la risposta del
Speaker 2: tesoro italiano. Lunedì 15 giugno parte il collocamento del nuovo BTP Italia.
Speaker 3: Sì, uno strumento che è riservato solo ai piccoli rispermiatori.
Speaker 3: Ha un tasso minimo garantito dell'1,60%, dura 5 anni e prevede
Speaker 3: anche un premio fedeltà finale dello 0,6%. Ma la vera
Speaker 3: corazza è l'indicizzazione.
Speaker 2: Cambia le carte in tavola. perché il capitale e le
Speaker 2: cedole sono legati all'indice FOI, cioè l'indice dei prezzi al
Speaker 2: consumo per le famiglie di operai e impiegati.
Speaker 3: Praticamente misura l'inflazione reale percepita sulle spese quotidiane.
Speaker 2: Esatto. E per capire la portata della mossa, basta guardare
Speaker 2: le stime fornite giovedì scorso proprio dalla BCE.
Speaker 3: Hanno rivisto tutto a rialzo. Si attendono inflazione al 3%
Speaker 3: nel 2026 e una media del 2,3% per l'intero quinquennio.
Speaker 2: Allora, calcolatrice alla mano, cerchiamo di tradurre questi numeri per
Speaker 2: chi investe.
Speaker 3: Allora prendi il tasso base garantito dell'1,60%. Ci aggiungi la
Speaker 3: copertura dell'inflazione attesa che, come abbiamo detto, è stimata al 2,3%
Speaker 3: annuo e ci spalmi sopra il premio finale dello 0,6%.
Speaker 3: Il rendimento potenziale del BTP Italia si arriva a sfiorare
Speaker 3: il 4% annuo.
Speaker 2: Che è tantissimo se lo confronti col mercato classico. Un
Speaker 2: normale BTP a 5 anni oggi rende circa il 3,1%. C'è
Speaker 2: quasi un punto percentuale di differenza.
Speaker 3: Il Tesoro sta di fatto creando uno scudo finanziario istituzionale
Speaker 3: per evitare che la geopolitica polverizzi i risparmi privati.
Speaker 2: Ma se i tassi alti della BCE pesano sulle nostre
Speaker 2: imprese e gli Stati corrono ai ripari, l'Europa dovrebbe perlomeno
Speaker 2: essere unita nel difendere il suo tessuto industriale. Invece, spostandoci
Speaker 2: sulla nostra seconda direttrice, la situazione a Bruxelles, descritta dal foglio, è, direi, surreale.
Speaker 3: David Carretta svela una vera e propria guerra di logoramento istituzionale.
Speaker 3: La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sta sistematicamente
Speaker 3: svuotando le competenze di Kaya Callas, il nuovo alto rappresentante
Speaker 3: per la politica estera.
Speaker 2: Una guerra di organigrammi, praticamente.
Speaker 3: Esatto. Una spietata architettura burocratica. Von der Leyen ha frammentato
Speaker 3: i dossier internazionali creando nuovi commissari specifici, tipo uno per
Speaker 3: il Mediterraneo e uno per la difesa. E così sottrae
Speaker 3: materie nevralgiche alla Callas.
Speaker 2: Non solo, le viene negata l'approvazione per nominare altri funzionari
Speaker 2: di sua fiducia. Le hanno persino bloccato una proposta formale
Speaker 2: per imporre dazi sui prodotti degli insediamenti in Cisgiordania, una
Speaker 2: misura che richiedeva pure solo una maggioranza qualificata.
Speaker 3: E mentre a Bruxelles si litiga per il controllo delle poltrone,
Speaker 3: l'economia reale brucia. Il Corriere della Sera riporta i contenuti
Speaker 3: di una lettera congiunca che ha del clamoroso. Volkswagen, Stellantis
Speaker 3: e Renault hanno scritto agli europarlamentari lanciando un allarme disperato.
Speaker 2: Stiamo parlando di tre colossi che valgono il 60% della
Speaker 2: produzione di auto in Europa.
Speaker 3: E chiedono l'istituzione immediata di un meccanismo normativo ribattezzato 70-70 nel 2027.
Speaker 2: che impone che il 70% dei veicoli venduti nel mercato
Speaker 2: europeo debba essere composto per il 70% da componenti fabbricati
Speaker 2: e progettati all'interno dei 27 paesi membri. Non vogliono sussidi a pioggia.
Speaker 2: Chiedono una barriera legislativa.
Speaker 3: Vogliono forzare il resharing, il ritorno della catena di approvvigionamento
Speaker 3: in Europa, soprattutto per le batterie. È un argine contro
Speaker 3: i veicoli elettrici cinesi che arrivano a prezzi stracciati.
Speaker 2: Però qui serve un attimo di cinismo. Una richiesta del
Speaker 2: genere è protezionismo puro. Cioè, chiudere il mercato alle auto
Speaker 2: cinesi non rischia di farci pagare le macchine elettriche uno
Speaker 2: sproposito e fermare la transizione ecologica? E poi, diciamolo, le
Speaker 2: spresse case europee si lasciano una comoda via di fuga.
Speaker 3: Quel 30% di margine.
Speaker 2: Esatto. Chiedono il 70, non il 100. Così si tengono le mani
Speaker 2: libere per le joint venture in Asia. Tipo Stellantis con
Speaker 2: la cinese Lipmotor. Insomma, chiedono lo scudo in Europa ma
Speaker 2: vogliono fare affari fuori.
Speaker 3: Ma infatti è un protezionismo pragmatico, pensato per tutelare i 13
Speaker 3: milioni di posti di lavoro legati all'auto, senza tagliare i
Speaker 3: ponti globali. E questo si inserisce in un dibattito molto
Speaker 3: più grande sulla sicurezza. Baurigio Ferrera, sempre sul Corriere, smonta
Speaker 3: una fallacia logica enorme. Il falso bivio tra burro e cannoni,
Speaker 3: cioè tra finanziare la difesa o il welfare.
Speaker 2: E' un dilemmo falso perché ignora la nuova dottrina europea,
Speaker 2: la cosiddetta preparedness union o l'unione della preparazione. Si sente
Speaker 2: sempre ripetere questo mantra del 5% del PIL alla Nato
Speaker 2: entro il 2035 e sembra che dobbiamo comprare solo carri armati
Speaker 2: e aerei.
Speaker 3: Invece c'è una percentuale nascosta. Dentro quel 5%, fino all'1,5%
Speaker 3: del PIL può essere destinato alla resilienza civile.
Speaker 2: Che significa reti idriche, snodi energetici, ospedali?
Speaker 3: Esatto. L'Italia spende circa il 2% per la difesa militare
Speaker 3: e dovrà salire. Ma quell'1,5% serve infrastrutture a fortissima valenza
Speaker 3: sociale e industriale. garantire le reti elettriche o la sicurezza
Speaker 3: digitale contro i cyberattacchi
Speaker 2: Quindi, quando il governo italiano dice di voler portare la
Speaker 2: difesa al 2,8% entro il 2026, lo fa anche sfruttando delle
Speaker 2: riclassificazioni contabili, mette dentro spese per la sicurezza civile che
Speaker 2: sono già programmate. Diventa chiaro che proteggere le reti elettriche
Speaker 2: serve alla difesa tanto quanto serve a tenere accese le
Speaker 2: fabbriche di Stellantis. È una sicurezza totale.
Speaker 3: Chiaro, ma per reggere un'infrastruttura di questo livello servono capitali immensi.
Speaker 2: E qui entriamo nella terza direttrice della puntata, il nostro
Speaker 2: paradosso strutturale. Stiamo costruendo colossi finanziari su un mercato del
Speaker 2: lavoro che sta letteralmente franando.
Speaker 3: Partiamo dal capitale. Sulla rivista Moneta, Osvaldo De Paolini fa
Speaker 3: un'analisi lucida del risco bancario italiano. Spesso ci si fissa
Speaker 3: sulle quote di Mediobanca o Generali ma si perde di
Speaker 3: vista che l'Italia ha passato 30 anni di frammentazione.
Speaker 2: Da quando è finito il capitalismo relazionale post- cuccia? Insomma, per
Speaker 2: chi non mastica la storia economica, parliamo di quell'epoca in
Speaker 2: cui i grandi affari si decidevano nei salotti buoni, un
Speaker 2: sistema chiuso, incrociato tra poche famiglie. Imploso quello, l'Italia è
Speaker 2: rimasta orfana mentre Francia e Germania creavano i loro campioni nazionali.
Speaker 2: Oggi però la rotta si è invertita.
Speaker 3: Assolutamente. Le banche oggi sono i veri architetti dell'economia. Gestiscono
Speaker 3: masse enormi di risparmio privato, finanziano la transizione energetica, le infrastrutture.
Speaker 3: E De Paoli fa notare che il governo vigila costantemente
Speaker 3: su queste aggregazioni perché il confine tra mercato libero e
Speaker 3: interesse nazionale è sparito.
Speaker 2: Si vogliono creare poli capaci di competere in Europa, mantenendo
Speaker 2: la testa a Milano o Roma. Ma il cortocircuito è evidente.
Speaker 2: Un'infrastruttura finanziaria così ha bisogno di un'economia vitale. E se
Speaker 2: leggiamo i dati Istat sviscerati da Arianna Salvatori su avvenire,
Speaker 2: il quadro clinico è preoccupante. Festeggiano un'occupazione record al 62,7%.
Speaker 2: Che è un picco dal 2004, vero?
Speaker 3: Ma scavando nei numeri del primo trimestre trovi un'architettura di argilla.
Speaker 3: La crescita è trenata solo da 72.000 nuovi lavoratori autonomi, per
Speaker 3: lo più partite IVA precarie, e 9.000 contratti a termine.
Speaker 2: Mentre i contratti a tempo indeterminato scendono di 13.000 unità. Ma
Speaker 2: il dato che gela il sangue è l'inattività. La percentuale
Speaker 2: di persone tra i 15 e i 64 anni che non lavorano
Speaker 2: e non cercano impiego è schizzata al 33,7%.
Speaker 3: Parliamo di 12 milioni e mezzo di italiani fuori dai radar.
Speaker 3: E la polarizzazione è assurda. L'occupazione cresce quasi solo per
Speaker 3: gli over 50. Invece la partecipazione crolla per la fascia tra
Speaker 3: i 15 e i 34 anni. C'è un'intera generazione ai margini.
Speaker 2: E qui la vulgata comune ci mette un secondo a
Speaker 2: sentenziare che i giovani di oggi non hanno voglia di
Speaker 2: fare la gavetta, no? Che preferiscono il divano. Ma Paolo Balduzzi,
Speaker 2: sul Messaggero, analizza il rapporto al Malauria e distrugge questa
Speaker 2: narrativa moralistica. Racconta una meccanica molto più fredda. I giovani
Speaker 2: restano in Italia, ma rifiutano in massa i contratti d'ingresso
Speaker 2: con retribuzioni sotto i 1250 o 1500 euro.
Speaker 3: E non è pigrizia. È pura demografia. È potere contrattuale.
Speaker 3: Ogni anno le aziende perdono decine di migliaia di lavoratori
Speaker 3: che vanno in pensione. E la generazione che deve sostituirli
Speaker 3: è numericamente minuscola.
Speaker 2: È l'inverno demografico.
Speaker 3: Esatto. E questa scarsità distrugge quello che chiamavamo l'esercito di
Speaker 3: riserva dei disoccupati. Se ci sono meno giovani disponibili, chi
Speaker 3: entra nel mercato ha un potere negoziale enorme.
Speaker 2: Ma la cosa che trovo veramente affascinante del meccanismo spiegato
Speaker 2: da Balduzzi è l'effetto dell'imbuto rovesciato. Il calo delle nascite
Speaker 2: concentra enormemente la ricchezza pregressa. Pensa all'albero genealogico di un
Speaker 2: ventenne oggi. Quattro nonni e due genitori. Questo ragazzo è
Speaker 2: spesso figlio unico o al massimo ha un fratello. Diventa
Speaker 2: il terminale unico verso cui confluiscono i risparmi, le pensioni
Speaker 2: integrative e le proprietà di sei adulti che hanno vissuto
Speaker 2: il boom economico.
Speaker 3: E questa concentrazione crea un ammortizzatore senza precedenti. La ricchezza
Speaker 3: privata agisce come uno scudo. Un giovane oggi può permettersi
Speaker 3: il lusso di rifiutare un lavoro da 1000 euro e restare
Speaker 3: inattivo aspettando mesi un'opportunità migliore. Proprio perché ha il patrimonio
Speaker 3: della famiglia che gli copre le spalle.
Speaker 2: Insomma, ricapitolando, abbiamo la geopolitica che morde l'inflazione e costringe
Speaker 2: il tesoro a blindare i risparmi col nuovo BTP, vediamo
Speaker 2: una Bruxelles paralizzata dalle lotte interne mentre l'industria automobilistica chiede
Speaker 2: disperatamente scudi normativi e un'Italia che prova a creare campioni
Speaker 2: della finanza, ma si scontra con un mercato del lavoro
Speaker 2: dove i giovani, resi scarsi dalla demografia e forti dai
Speaker 2: risparmi dei nonni alzano il prezzo e dicono di no
Speaker 2: ai contratti pomeri.
Speaker 3: E a questo punto vi lasciamo con una domanda per riflettere.
Speaker 3: Se la demografia sta consegnando ai giovani un potere contrattuale
Speaker 3: basato non sull'innovazione ma sull'accumulo di ricchezza delle generazioni passate
Speaker 3: il nostro futuro economico si reggerà ancora sulla produzione di
Speaker 3: nuovo lavoro o diventeremo semplicemente una nazione di gestori di
Speaker 3: patrimoni ereditati?
Speaker 2: Una domanda che fa venire i brividi è... Per oggi
Speaker 2: i giornali si chiudono qui. Continuate a seguire due pagine
Speaker 2: sulla vostra piattaforma preferita e, se l'analisi di oggi vi
Speaker 2: è stata utile, lasciateci una recensione a 5 stelle.
Speaker 3: A domani, senza rumore di fondo.
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