Netanyahu ignorò l’allarme e l’industria crolla | Mer 9 set
Informazioni su questo episodio
L’Europa rischia di essere tagliata fuori dal nuovo equilibrio geopolitico mondiale?In questo episodio analizziamo i terremoti politici, geopolitici ed economici che stanno ridisegnando gli equilibri globali: dalle nuove rivelazioni sulla gestione degli allarmi prima del 7 ottobre alla crisi politica tedesca, dalla corsa strategica all’Artico alla trasformazione delle rotte commerciali, fino alle scelte che l’Italia deve affrontare su industria, energia, lavoro e autonomia strategica.
Partiamo dal Medio Oriente, dove le nuove rivelazioni sul governo Netanyahu riaprono il caso degli avvertimenti ricevuti nei giorni precedenti all’attacco del 7 ottobre. A poche settimane dalle elezioni israeliane, la questione della gestione dell’intelligence e delle responsabilità politiche torna così al centro del confronto. Sullo sfondo, l’inasprimento delle tensioni in Cisgiordania e le sanzioni adottate da un gruppo di Paesi occidentali contro beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani.
Ci spostiamo poi verso nord, dove l’Artico sta diventando uno dei principali teatri della competizione geopolitica ed economica. Il passaggio di una normale nave portacontainer dalla Cina all’Europa attraverso la Rotta del Nord, con tempi di navigazione dimezzati rispetto alla rotta di Suez, non è soltanto una novità logistica: è il segnale di una trasformazione che potrebbe cambiare il ruolo dei porti mediterranei e, con essi, la posizione strategica dell’Italia nel commercio internazionale. Lo scioglimento dei ghiacci apre nuove opportunità, ma rende anche più evidente il costo geopolitico del cambiamento climatico.
La crisi arriva anche nel cuore dell’Europa. In Germania, il risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt e il crollo dei grandi partiti tradizionali mettono sotto pressione la Brandmauer, il cordone sanitario costruito per impedire alla destra radicale di entrare nelle istituzioni. Una difficoltà che non riguarda soltanto Berlino: la debolezza politica della principale economia europea può avere conseguenze sull’intera Unione, dalla politica industriale alla sicurezza.
In Italia, il confronto politico si intreccia con la riforma elettorale e con la crescente influenza di Roberto Vannacci, mentre il governo deve affrontare dossier industriali cruciali. Dalla possibile nuova configurazione dell’ex Ilva e della produzione di acciaio verde alla difesa della Motor Valley e di Ducati, il tema diventa quello della capacità dello Stato di proteggere asset strategici senza rinunciare alla competitività.
Sul fronte economico analizziamo le scelte della BCE, l’inflazione e la nuova manovra, tra agevolazioni fiscali per i giovani, regime forfettario per gli autonomi e politiche per la concorrenza. Parleremo anche di trasparenza retributiva, divari salariali e del peso crescente del Terzo Settore nell’economia italiana.
E ancora: scuola, competenze e demografia, con la storia simbolica di Ginostra, dove una scuola elementare riapre per una sola alunna, e la repressione in Iran, tornata a intensificarsi mentre il regime cerca di prevenire nuove proteste sociali.
Un episodio per capire come rotte commerciali, energia, tecnologia, industria e consenso politico siano ormai parte della stessa partita geopolitica.
Perché mentre il mondo cambia direzione, la vera domanda per l’Europa — e soprattutto per l’Italia — è una sola: siamo pronti a difendere il nostro posto nel nuovo ordine globale?
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Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
0:00 Speaker 2: Giornali aperti e notizie sul tavolo. Siete su due pagine.
0:03 Speaker 3: La rassegna stampa che vi racconta cosa conta davvero, senza rumore di fondo.
0:07 Speaker 2: Allora, oggi partiamo da una telefonata. Cioè, immaginate un capo di stato estero che chiama. Con precisione chirurgica vi avverte di un disastro imminente. Operazione terremoto. E chi riceve la chiamata cosa fa?
0:21 Speaker 3: Mette giù e non dice nulla.
0:23 Speaker 2: Esatto. Non dice assolutamente nulla all'intelligence. Ne parliamo partendo dall'inchiesta clamorosa su Netanyahu a dieci giorni dal 7 ottobre. E poi, da un crollo in Medio Oriente, passiamo a uno in Europa.
0:36 Speaker 3: Il collasso strutturale della Germania tra economia in stallo e l'onda d'urto dell'estrema destra dell'Afdi.
0:42 Speaker 2: E infine planiamo in Italia, con le carte scoperte da Giorgetti sulla nuova manovra. Trattasse piatte, lo scontro aperto sulle banche e fabbriche che rischiano di chiudere.
0:52 Speaker 3: E direi di partire subito dalle fondamenta che cedono in Israele. Sì
0:56 Speaker 2: guarda, la notizia principale oggi arriva dal quotidiano israeliano Arez. Riprendono i dati di un libro d'inchiesta uscito da poco, 843 giorni di abbandono.
1:08 Speaker 3: Di Shlomi Eldar e Ruth Yuval
1:11 Speaker 2: Praticamente smontano del tutto la narrazione del fulmine a ciel sereno sul 7 ottobre. Le informazioni non erano perse in qualche server o frammentarie.
1:21 Speaker 3: Erano letteralmente sulla scrivania del primo ministro.
1:24 Speaker 2: Mettiamo in fila i fatti. Mancano dieci giorni al 7 ottobre 2023. Squilla il telefono di Benjamin Netanyahu. A chiamare è Mohammed Bin Zayed, il presidente degli Emirati Arabi Uniti. E non è una chiacchierata veloce.
1:38 Speaker 3: No, parliamo di 45 minuti di telefonata
1:42 Speaker 2: 45 minuti. E Bin Zayed gli consegna un messaggio precisissimo. Gli dice... Yaya Sinuar sta per lanciare un'operazione su una scala mai vista. Le parole esatte intercettate sono Zilzal.
1:54 Speaker 3: Che in arrobo significa terremoto.
1:56 Speaker 2: Ah, della cito testualmente madre di tutte le sorprese. Ora, la domanda che sorge spontanea leggendo queste pagine è quanto era solida questa fonte? Perché un capo di stato non alza il telefono per un pettegolezzo?
2:11 Speaker 3: Assolutamente no. Bin Zayed aveva informazioni di prima mano. Cioè, la soffiata arriva da un mediatore palestinese che lavorava proprio per conto degli ammiratini. Faceva la spola. A inizio settembre, Sinuar taglia tutti i contatti con i negoziatori israeliani. Chiama questo mediatore e gli dà il messaggio, parola per parola. Bin Zayed riceve la nota, chiede conferme alla sua intelligence, le ottiene e solo a quel punto chiama Netanyahu.
2:40 Speaker 2: Quindi c'è un filtro di sicurezza enorme prima della chiamata.
2:44 Speaker 3: Esatto. Un allarme rosso certificato da due stati.
2:47 Speaker 2: E qui l'inchiesta documenta il vero cortocircuito. Cioè, la reazione di Netanyahu è il nulla assoluto. Nessuna riunione. Lo scimbet, la sicurezza interna, non viene informato. Il capo del Mossad, niente. Il capo di stato maggiore dell'esercito, all'oscuro.
3:05 Speaker 3: E la giustificazione postuma, diciamocelo, regge a fatica. Hanno detto che il premier era convinto che Hamas fosse ammanzita. più interessata ai soldi del Qatar.
3:17 Speaker 2: Che il vero fronte caldo fosse la Cisgiordania.
3:19 Speaker 3: Sì, ma fonti interne dicono che un avvertimento simile era già arrivato dall'Egitto nei giorni prima. Quindi, decostruiamo la dinamica politica dietro questo vuoto. Il libro sostiene una tesi molto pesante.
3:32 Speaker 2: Ovvero?
3:33 Speaker 3: che in quei mesi Israele stesse portando avanti trattative segrete molto avanzate con Hamas. Si parlava di tregua lunga, scambio di prigionieri, allentamento dell'embargo. Ad agosto sembrava fatta. Poi Netanyahu frena tutto.
3:49 Speaker 2: Perché aveva paura dei suoi alleati
3:51 Speaker 3: Esatto. I partner di estrema destra del governo avrebbero fatto saltare tutto se avesse fatto concessioni ad Hamas. E ricordiamo che Netanyahu in quei mesi era schiacciato dalle proteste di piazza per la riforma della giustizia.
4:05 Speaker 2: Era nel suo momento di massima debolezza. E oggi ovviamente c'è la smentita ufficiale. L'ufficio del premier nega. Gli Emirati parlano in modo molto diplomatico di speculazioni mediatiche. Ma il Times of Israel trova conferme interne.
4:22 Speaker 3: E calcolando che mancano 50 giorni al voto in Israele, è un macigno. ma il danno vero non è solo per Netanyahu, è strutturale per il paese.
4:31 Speaker 2: Il crollo del mito dell'intelligence israeliana.
4:34 Speaker 3: Certo, hanno basato decenni di sicurezza sull'idea di essere infallibili, di sapere tutto in anticipo. Se questa inchiesta passa nell'opinione pubblica, il 7 ottobre non è più un guasto tecnico dei sensori al confine.
4:47 Speaker 2: È una rimozione politica voluta ai vertici.
4:49 Speaker 3: E questo sgretolamento interno si incastra perfettamente con l'isolamento diplomatico esterno che stiamo vedendo in queste ore
4:57 Speaker 2: Sì, su questo ci sono i pezzi del Post e di Will Media. 12 paesi occidentali, parliamo di Francia, Gran Bretagna, Canada, Spagna, hanno sanzionato i beni prodotti nelle colonie israeliane in Cisgiordania. Londra usa parole durissime.
5:13 Speaker 3: parlano apertamente di pulizia etnica in corso.
5:16 Speaker 2: Esatto. E il tempismo è legato a un progetto specifico sul territorio, giusto?
5:22 Speaker 3: Il progetto E1. Praticamente, se guardi la mappa... L'area E1 è un lembo di terra che collega Gerusalemme all'insediamento di Male ad Umim.
5:31 Speaker 2: E vogliono costruirci 1200 case.
5:34 Speaker 3: Sì, e se lo fanno tagliano in due la Cisgiordania, isolano Gerusalemme Est e di fatto cancellano fisicamente la possibilità di creare uno stato palestinese contiguo. È esattamente l'obiettivo dell'estrema destra israeliana, seppellire l'opzione dei due stati.
5:50 Speaker 2: Però bisogna guardare anche chi non ha firmato queste sanzioni. Perché l'elenco degli assenti pesa. Gli Stati Uniti si sono sfilati. La Germania sta bloccando qualsiasi mossa a livello di Unione Europea. E l'Italia, come riporta domani, ha detto no con il governo Meloni.
6:06 Speaker 3: Un equilibrismo europeo che però rischia di non reggere. Anche perché il conflitto si sta già allargando a macchia d'olio fuori da quei confini.
6:14 Speaker 2: I dispacci militari di stanotte sono chiarissimi. Gli Stati Uniti hanno appena distrutto cinque petroliere iraniane. Operazione velocissima. E la geografia dei raid è un messaggio politico in sé.
6:25 Speaker 3: Perché ne hanno colpite quattro in acqua internazionali nel golfo dell'Oman, ma una l'hanno centrata all'interno, proprio sul confine marittimo con l'Iran.
6:33 Speaker 2: Sì, e il Pentagono dice che è una ritorsione contro i tentativi di Teheran di colpire navi americane. La cosa interessante è che hanno avvisato gli equipaggi prima di sparare. Vogliono bruciare i soldi di Teheran senza dichiarare guerra aperta.
6:48 Speaker 3: Ma l'Iran ha già risposto sganciando bombe a grappolo in Giordania, un alleato chiave di Washington.
6:55 Speaker 2: È un caos totale. E in mezzo a tutto questo c'è un flash geopolitico che sembra quasi irreale. Una telefonata di un'ora tra Putin e Trump.
7:03 Speaker 3: Tempismo perfetto.
7:05 Speaker 2: Assolutamente. Putin fa sapere che non vuole attaccare l'Europa, proprio mentre arriva il gelo in Ucraina e mancano poche settimane alle elezioni americane. Trump cerca la vetrina da grande pacificatore internazionale.
7:18 Speaker 3: Mentre in casa lancia Dazzi al Canada e proponne di rinominare il Golfo del Messico e il Lago Ontario, aggiungendo la parola America.
7:26 Speaker 2: Pura propaganda. Ma da questa instabilità medio orientale americana, i sismografi si spostano in Europa. E qui entriamo nel secondo blocco, perché c'è un collasso in corso che ci riguarda molto da vicino.
7:39 Speaker 3: Il collasso della Germania. Non solo politico, ma del loro intero modello industriale.
7:45 Speaker 2: Ne parla Danilo Taino sul Corriere della Sera. La FD, il partito di estrema destra, stravince in Sassonia- Hanlalt e i sondaggi li danno al 28% a livello nazionale. E questo mette in crisi totale il Brandmauer. Il famoso muro tagliafuoco. Esatto, spieghiamolo. È questo cordone sanitario che i partiti tradizionali tedeschi usano dal dopoguerra per isolare qualsiasi forza politica legata all'estremismo o che sminuisca il nazismo. La regola è zero alleanze con loro.
8:16 Speaker 3: Il problema è che per Friedrich Merz, il leader della CDU, questo muro è diventato una trappola.
8:22 Speaker 2: Perché?
8:22 Speaker 3: Perché se l'AFD prende quasi il 30% e tu ti rifiuti di allearti con loro, l'unico modo che hai per governare è a fare ammucchiate innaturali con i verdi o con le sinistre. Coalizioni litigiose che poi bloccano il paese. Esatto. E questo caos non fa altro che regalare ancora più voti all'AFD che dice all'elettore. Vedete, sono tutti uguali. Noi siamo l'unica vera alternativa. È la fine del centro politico tedesco. Negli anni Ottanta c'è due SPD, da sole facevano il 90% dei voti. Oggi a malapena arrivano un terzo.
8:55 Speaker 2: Ma l'analisi va oltre i leader politici di oggi. Cioè, dare la colpa a Scholz o a Merz è riduttivo. Il modello economico tedesco si reggeva su tre pilastri esterni e sono venuti giù tutti insieme.
9:08 Speaker 3: Tutti e tre. Il primo è l'energia. Il gas russo a prezzi stracciati teneva in piedi tutta l'industria chimica e automobilistica. Quel rubinetto è chiuso.
9:17 Speaker 2: Il secondo pilastro era la Cina
9:19 Speaker 3: Che si è ribaltato. Prima Berlino vendeva tecnologia e auto a Pechino. Oggi la Cina fa le sue auto elettriche a costi bassissimi e la Germania si ritrova a importare andando in deficit commerciale.
9:32 Speaker 2: Una cosa mai vista. E il terzo pilastro era la difesa appaltata agli americani.
9:37 Speaker 3: Esatto, lo scudo USA permetteva a Berlino di non spendere quasi nulla in armamenti. Ora quel sistema è saltato e le forze armate tedesche sono in uno stato disastroso.
9:48 Speaker 2: E il lettore medio in tutto questo sente l'inflazione, vede le fabbriche che chiudono. E su cosa sfoga quest'ansia da climate change geopolitico?
9:57 Speaker 3: Sull'immigrazione.
9:58 Speaker 2: Inevitabile. Ma la cosa interessante che fa notare Stefano Montefiori è che il successo dell'AFD sta in realtà spaccando i sovranisti in Europa.
10:07 Speaker 3: Verissimo. Da noi Salvini e Vannacci esultano, ma in Francia Marine Le Pen prende le distanze in modo netto perché lei punta all'Eliseo. Sta cercando di ripulire in immagine del suo partito. Non può farsi vedere con alleati tedeschi che rilasciano dichiarazioni giustificazioniste sull'ESS.
10:24 Speaker 2: Certo, la spaccherebbe in patria, ma questa debolezza strutturale tedesca si va a sentire anche a Francoforte, dentro la BCE. Ce lo racconta Isabella Buffacchi sul Sole 24 Ore.
10:36 Speaker 3: I tassi di interesse. L'inflazione in eurozona è tornata al 3,3% ad agosto.
10:42 Speaker 2: E quindi si prepara un nuovo rialzo dei tassi. Si va verso il 2,50% sui depositi. Ma qui c'è un cortocircuito pazzesco, no
10:50 Speaker 3: Assoluto. Perché l'Europa stringe i cordoni del credito esattamente nel momento in cui la Germania, il suo motore principale, avrebbe un disperato bisogno di soldi a basso costo per ristrutturare la propria industria.
11:02 Speaker 2: E da questa debolezza economica nasce una guerra diplomatica sotterranea per le nomine BCE. Berlino vuole Joachim Nagel, il falco della Bundesbank, per il post Lagarde.
11:13 Speaker 3: Ma affidare la BCE a un rigorista tedisco oggi significherebbe strangolare i paesi del Sud Europa. Infatti francesi, spagnoli e italiani stanno già mettendo veti incrociati. Parigi punta a blindare il posto di capo economista per controllare le previsioni interne.
11:30 Speaker 2: E se in Europa si litiga sui tassi, arriviamo al nostro terzo blocco, l'Italia. Perché con i tassi BCE che salgono, fare debito costa di più. E noi dobbiamo scrivere la manovra 2027. Infatti
11:43 Speaker 3: Giorghetti ha iniziato a far vedere le carte. E non sono rassicuranti.
11:48 Speaker 2: Ne scrive Claudia Marin sul quotidiano nazionale. Ci sono tre proposte della Lega sul tavolo. Una flat tax sugli aumenti di stipendio per gli under 30.
11:57 Speaker 3: Che Renzi ha già rivendicato dicendo che era la sua start tax.
12:01 Speaker 2: Poi le pensioni anticipate a 64 anni. E la vera bomba, alzare la soglia della flat tax per le partite IVA da 85.000 a 100.000 euro.
12:10 Speaker 3: Una proposta che, se andiamo a fare due conti, crea una disparità fiscale enorme.
12:15 Speaker 2: Sì, facciamo proprio un esempio concreto per capirci. Prendi due lavoratori che guadagnano 95.000 euro all'anno. Ok. L'autonomo, con il regime forfettario, pagherebbe il 15% di tasse. Il dipendente, con gli scaglioni IRPEF progressivi, sull'ultima parte del suo reddito lascia lo Stato oltre il 43%.
12:35 Speaker 3: È un abisso sul netto
12:36 Speaker 2: a fine mese. E incentiva le aziende a non crescere pur di restare sotto quella soglia magica dei 100.000. E
12:42 Speaker 3: Giorgetti lo sa. Infatti ha tirato fuori questa formula. Il sovranismo pragmatico.
12:48 Speaker 2: Che è un modo elegante per dire alla Lega. Ragazzi, la festa del bebito è finita.
12:53 Speaker 3: Esatto, ma i soldi servono e qui si apre il secondo fronte di scontro nella maggioranza, le banche.
12:59 Speaker 2: La tassa sugli extraprofitti. La Lega vuole un prelievo del 5% sugli utili bancari per fare cassa, circa 2 o 3 miliardi per aiutare le famiglie contro il caro energia. Forza Italia però fa muro.
13:11 Speaker 3: E Giorgetti si è inventata una via ad uscita clamorosa.
13:15 Speaker 2: Spostare il discorso sulla concorrenza. Ha detto che non servono tasse straordinarie dall'alto, ma più concorrenza, per far abbassare le tariffe ai clienti in modo naturale.
13:24 Speaker 3: Che tradotto in politiche pubbliche a stretto giro significa il nulla. Non si crea concorrenza in un mese. È solo fumo negli occhi, per accontentare tutti senza spaventare i mercati. I grandi fondi di investimento odiano i blitz fiscali retroattivi. E Giorgetti le ha rassicurati. Niente tassa.
13:43 Speaker 2: Intanto però, mentre schiviamo le tasse, la crisi dell'industria ci sta travolgendo in pieno. Dario Di Vico sul foglio spiega l'effetto domino che arriva dalla Germania. Volkswagen annuncia 100.000 tagli. E per fare cassa potrebbe vendere la Ducati.
13:57 Speaker 3: Che è un gioiello controllato da Audi, quindi dai tedeschi.
14:01 Speaker 2: E in Emilia Romagna è scattato il panico. Le istituzioni locali, De Pascale e Colla, invocano quello che chiamano l'articolo 5 della Nato applicato ai motori.
14:12 Speaker 3: Cioè, se tocchi un'azienda, attacchi tutta la Motorvalli. Temono l'arrivo dei fondi speculativi
14:17 Speaker 2: che comprano per smembrare, prendere i brevetti e licenziare. Ma il paradosso è vedere l'Emilia, storicamente pro- export, chiedere i dazi contro l'Asia, perché Ducati perde redditività, un meno 43% in un anno, per colpa della concorrenza sleale delle moto cinesi sussidiate.
14:34 Speaker 3: E a sud non va molto meglio, pensiamo all'ex Silva di Taranto. Sofia Fraschini, sul giornale, aggiorna sulla situazione.
14:42 Speaker 2: Vertice a Palazzo Chigi. Lo Stato entra nella New Co. Ma il problema sono le scadenze. Il 16 settembre la Corte d'Appello decide se chiudere l'area a caldo per motivi ambientali. E se si spengono gli altoforni, riaccenderli è quasi impossibile.
14:56 Speaker 3: L'unica via d'uscita è il passaggio al Dirri.
15:00 Speaker 2: Che cos'è esattamente?
15:01 Speaker 3: Il Direct Reduced Iron. Praticamente, al posto del carbone inquinante, usi gas o idrogeno per trattare il ferro e poi lo fondi in forni elettrici. Zero emissioni inquinanti o quasi, acciaio pulito. E qual è l'intoppo? Che costa miliardi, richiede tempi biblici per i permessi. E soprattutto serve un quantitativo di energia elettrica a basso costo che l'Italia semplicemente non ha.
15:27 Speaker 2: E mentre l'industria arranca c'è un flash politico da segnalare. Sulla legge elettorale, Repubblica dice che la destra rinuncia al ballottaggio ma vuole abbassare la soglia del premio di maggioranza al 41%.
15:39 Speaker 3: E il motivo ha un nome e un cognome.
15:42 Speaker 2: Roberto Vannacci.
15:43 Speaker 3: Esatto, Vannacci ha detto che senza di lui non arrivano al 42%. Abbassando l'asticella, Meloni vuole disinnescare i suoi ricatti. A proposito, a Torino avevano invitato Vannacci a fare lezione ai poliziotti, con tanto di crediti formativi.
15:59 Speaker 2: Poi è uscito sui giornali, polemica gigante e il Viminale ha annullato tutto, ritirando i crediti. Ma allargando lo sguardo, noi fatichiamo con la manovra e le industrie in crisi, eppure avremo una risorsa energetica sterminata, nascosta nel nostro mare. Questo è il nostro quarto blocco.
16:17 Speaker 3: Il mare come risorsa strategica. L'analisi di Fabio Caffio su formiche sul piano del mare 2023-2026. Noi
16:26 Speaker 2: siamo sempre di pesi dall'estero per l'energia. Ora il governo punta sull'eolico d'altura galleggiante, il floating offshore. Pale eoliche giganti su piattaforme in mezzo all'Adriatico o in Sicilia e Sardegna.
16:38 Speaker 3: Sulla carta è fantastico, ma la realtà si schianta contro la burocrazia italiana. Ad oggi c'è un solo impianto in funzione. A Taranto.
16:45 Speaker 2: Sai quanto ci hanno messo per autorizzarlo? 15 anni. E oltre alla lentezza burocratica, Caffio punta il dito su un problema di diritto internazionale. Le grey zones. Le zone grigie.
16:58 Speaker 3: Sì, le zone economiche esclusive. Ogni stato costiero può rivendicare lo sfruttamento fino a 200 miglia dalla costa. Ma il Mediterraneo è stretto.
17:07 Speaker 2: Quindi le nostre acque si sovrappongono a quelle di Malta e dell'Algeria. E cosa succede agli investitori?
17:13 Speaker 3: Scappano. Nessun fondo internazionale mette 2 miliardi per un parco eolico se c'è il rischio che una moto vedetta straniera sequestri il cantiere per questioni di confini contesi. Servono accordi bilaterali che la politica rimanda da anni.
17:27 Speaker 2: E mentre noi ci blocchiamo per le scartoffie nel Mediterraneo, il clima sta riempiendo di navi il Polo Nord. Questa è l'altra faccia dell'energia. Giacomo Talignani su Repubblica dà i numeri di un'estate devastante.
17:39 Speaker 3: Mare a 33 gradi e lo zero termico schizzato a 5.000 metri sulle Alpi.
17:44 Speaker 2: I ghiacciai si squagliano, ma Ferruccio De Bortoli sul Corriere lega questi dati climatici a un evento che sta succedendo in questo preciso istante. C'è una porta container cinese, la Dubai Tower,
17:55 Speaker 3: partita da Shanghai diretta in Gran Bretagna.
17:58 Speaker 2: Esatto, e sta passando per la rotta artica, sopra la Russia. Ma c'è un dettaglio che cambia la storia. Lo fa senza rumpighiaccio.
18:05 Speaker 3: Perché? L'ighiaccio in estate praticamente non c'è più. È una rotta ormai navigabile dal traffico civile.
18:11 Speaker 2: E le conseguenze sui tempi commerciali sono enormi. Cioè, passare da Suez richiede 40 giorni. Dalla rotta artica ci mettono 20 giorni.
18:18 Speaker 3: La metà?
18:19 Speaker 2: Metà carburante e nessun rischio di attacchi pirata o missili uti.
18:23 Speaker 3: Ma se questa diventa la nuova normalità commerciale, Per l'Italia è un disastro macroeconomico totale.
18:29 Speaker 2: Taglia fuori Suez. E se le merci non passano da Suez non entrano nel Mediterraneo. I nostri porti come Genova o Trieste diventano inutili periferie. Il Mediterraneo diventa un vicolo cieco.
18:42 Speaker 3: Senza contare che... Sciogliendosi, l'Artico scopre anche risorse naturali imponenti. Sotto quel fondale c'è il 30% del gas mondiale non scoperto e il 13% del petrolio.
18:54 Speaker 2: Innescando ovviamente una corsa agli armamenti tra Russia, USA e Cina. De Bortoli chiude con una frase molto amara. Un tempo le nuove rotte davano speranza e sviluppo. Oggi leggere della Dubai Tower fa solo sentire impotenti di fronte al riscaldamento globale.
19:09 Speaker 3: Perché il profitto logistico si basa sulla distruzione del
19:12 Speaker 2: clima. E da questo macrosistema scendiamo nelle dinamiche che ci toccano tutti i giorni. Quinto e ultimo blocco. Il decreto legislativo 96 del 2026 cambierà per sempre i colloqui di lavoro in Italia.
19:25 Speaker 3: La trasparenza salariale. Roberto Podda su Milano Finanza spiega benissimo come funziona.
19:31 Speaker 2: Fino ad oggi andavi a un colloquio e ti chiedevano quanto prendi adesso. E in base a quello ti facevano l'offerta, spesso al ribasso.
19:40 Speaker 3: Esatto, replicando all'infinito disparità pregresse. Da ora in poi quella domanda è letteralmente illegale. Non possono più fartela.
19:49 Speaker 2: E non solo. Devono dirti prima, già nell'annuncio, la fascia di stipendio per col ruolo. E le grandi aziende dovranno pubblicare report dettagliati sui divari retributivi di genere.
20:00 Speaker 3: Misurando tutto, anche i bonus. E tu, lavoratore, potrai chiedere ad HR quanto prendono in media i tuoi colleghi di pari livello.
20:08 Speaker 2: Quindi le aziende passano dal come pagarlo il meno possibile al dobbiamo giustificare con dei dati oggettivi ogni singolo stipendio. Un salto culturale enorme.
20:18 Speaker 3: Che porta alla luce l'economia reale. Ma c'è un'altra economia gigantesca in Italia, spesso invisibile. La filantropia e il volontariato.
20:28 Speaker 2: Ah sì, i dati EY su Avvenire. Valgono 25 miliardi di euro all'anno nel nostro paese. Una finanziaria praticamente.
20:35 Speaker 3: Ma la cosa pazzesca è che oltre 5 miliardi sono completamente sommersi. SMS solidali, crowdfunding per le cure, offerte incontanti, flussi che lo Stato non intercetta.
20:48 Speaker 2: E a questi aggiungi 12 miliardi di valore puro dato dal tempo gratuito dei volontari. Ma il vero punto di questo studio guarda al futuro. Entro il 2030, in Italia, ci sarà un trasferimento di ricchezza per successioni di 1100 miliardi di euro.
21:05 Speaker 3: Un numero spaventoso. Ed è l'ultima ancora di salvezza per il nostro sistema sociale. Lo Stato non ha soldi, il debito ci affoga, saranno le fondazioni e il terzo settore a dover usare quei lasciti per finanziare il welfare di domani.
21:20 Speaker 2: Per l'assistenza agli anziani, eccetera. Ma devono strutturarsi meglio, non si può fare con i volontari improvvisati. E prima di chiudere, tre flash velocissimi ma molto pesanti dall'estero. Partiamo dall'Iran.
21:36 Speaker 3: Mariano Giustino sul riformista dà un quadro terribile
21:38 Speaker 2: Il regime ha raddoppiato il prezzo della benzina per fare cassa. Temono rivolte come nel 2019, quindi hanno militarizzato le strade in anticipo. Ci sono già state 1050 impiccagioni nel 2026. E racconta la storia delle gemelle Rahimi,
21:55 Speaker 3: Ventenni arrestate a Istfahan per le proteste sul velo, torturate nei centri segreti per estorcere finti video di confessioni. Una condannata a morte, l'altra a 25 anni nel carcere di Evin. Terribile.
22:09 Speaker 2: Secondo Flash, la scuola globale, sono usciti i dati Occe Pisa e c'è un crollo mondiale sulle competenze di lettura e matematica.
22:17 Speaker 3: La colpa è del post- Covid, ma anche, novità, dell'intelligenza artificiale.
22:22 Speaker 2: Esatto, i ragazzi usano le IA per farsi fare i compiti e non allenano più la logica. Ma l'Italia va in controtendenza. I nostri reggono in lettura meglio dei coetanei tedeschi e francesi. E nel frattempo, nota di colore, alle isole eolie riaprono le microscuole.
22:39 Speaker 3: A Ginostra, dopo vent'anni, fanno lezione a una sola alunna nei locali della parrocchia. E un'altra a Filicudi, battaglie burocratiche estreme per non far morire le isole.
22:50 Speaker 2: Terzo e ultimo flash, molto venale. gli stipendi di chi ci governa. La BBC ha pubblicato un'indagine mondiale.
22:57 Speaker 3: Al primo posto c'è il premier di Singapore, giusto?
22:59 Speaker 2: Lawrence Wong prende circa 3 milioni di euro all'anno. La logica loro è lo paghiamo come un banchiere così non si fa corrompere e attiriamo i migliori.
23:08 Speaker 3: Hong Kong è a 700 mila dollari. Gli USA a 400 mila per il presidente. E noi?
23:14 Speaker 2: Giorgia Meloni prende circa 80 mila euro netti l'anno per guidare la terza economia dell'eurozona. E con questo chiudiamo le notizie. Ma tiriamo le fila perché la puntata è stata densa. Una faglia che unisce tutto. Intelligence miopi in Israele, l'industria tedesca che si sbriciola e l'Italia che fa i salti mortali nella manovra per recuperare spiccioli con la concorrenza bancaria.
23:42 Speaker 3: Però sai, mi fa riflettere una cosa. Mentre la Germania perde il suo modello industriale e l'Italia cerca di tassare microaumenti per fare cassa, I ghiacci che si sciolgono a nord stanno letteralmente spostando il baricentro del commercio globale dall'altra parte del mondo. Eh sì. Se la nave cinese Dubai Tower diventa la normalità, il Mediterraneo diventerà un lago chiuso e l'Europa non sarà più il centro logistico di niente. Cioè stiamo litigando sulle briciore mentre la tavola viene spostata in un'altra stanza.
24:13 Speaker 2: Un'immagine perfetta per chiudere. Vi invitiamo a seguire questo podcast sulla vostra piattaforma preferita. E se volete supportare il nostro lavoro quotidiano, lasciateci 5 stelle Giornali chiusi.
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