Veleno a Ground Zero e colossi europei | Ven 11 set
Informazioni su questo episodio
L’era dell’egemonia americana è davvero finita?In questo episodio analizziamo le trasformazioni che stanno ridisegnando l’ordine internazionale a 25 anni dall’11 settembre: dalla fine dell’era unipolare alla nuova politica americana di Donald Trump, dalla crisi energetica che scuote Europa e mercati alla svolta industriale dell’Unione Europea, fino alla sorprendente resilienza dell’economia italiana e alle nuove tensioni geopolitiche alle porte del Mediterraneo.
Partiamo proprio da New York, dove il venticinquesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre diventa l’occasione per fare i conti con una delle grandi cesure della storia contemporanea. La declassificazione di nuovi documenti riapre il tema delle responsabilità e della trasparenza sulle conseguenze sanitarie dell’attacco, mentre il bilancio storico di quel giorno porta a una domanda più ampia: quanto è cambiato il mondo nei 25 anni trascorsi dalla fine dell’illusione di un’America invulnerabile?
Dagli Stati Uniti arriviamo alla campagna per le Midterm, dove il cosiddetto “Dividendo Trump” — un possibile assegno da 5.000 dollari ai cittadini — mette insieme politica elettorale, dazi, deficit e inflazione. Una proposta dal fortissimo impatto simbolico, ma anche un enorme interrogativo economico: può un nuovo stimolo fiscale funzionare senza alimentare ulteriormente la pressione sui prezzi?
Il vero banco di prova, però, resta l’energia. La crisi nello Stretto di Hormuz e le minacce lungo Bab el-Mandeb hanno spinto il petrolio oltre i 100 dollari, mentre il gas europeo rimane sotto pressione a causa degli stoccaggi tedeschi insufficienti. La Cina, che in passato contribuiva a calmierare il mercato, aumenta invece le proprie riserve strategiche. In questo scenario la BCE sceglie una linea rigorosa, mantenendo i tassi al 2,5% e rivedendo al rialzo le prospettive di inflazione.
Le conseguenze arrivano direttamente sui debiti sovrani: Francia, Italia e Germania affrontano rendimenti elevati e spread che tornano a raccontare le fragilità dell’Europa. E proprio mentre i mercati chiedono maggiore solidità, Bruxelles prova a cambiare passo sulla politica industriale, aprendo alla possibilità di grandi fusioni transfrontaliere per creare campioni europei capaci di competere con Stati Uniti e Cina.
In questo nuovo scenario si inserisce anche il rapporto tra Europa e Canada, con una cooperazione rafforzata su materie prime critiche, energia, tecnologia e difesa. L’obiettivo è costruire una rete di alleanze tra potenze intermedie in grado di ridurre la dipendenza dai grandi poli geopolitici globali.
In Italia, intanto, arrivano segnali contrastanti ma sorprendenti. La produzione industriale cresce più delle attese, sostenuta da farmaceutica e tessile, mentre i settori più energivori continuano a soffrire. Il governo interviene sui prezzi dei carburanti con nuovi sconti sulle accise e rilancia contemporaneamente estrazione di idrocarburi e nucleare, in una ricerca sempre più esplicita di autonomia energetica.
Parleremo anche di lavoro e rappresentanza, delle nuove regole per misurare il peso delle organizzazioni sindacali e del rapporto tra imprese e lavoratori. E ancora di migrazioni e sicurezza, con il caso di Ceuta: un’allerta dell’intelligence spagnola ignorata poco prima dell’assalto alla frontiera riporta al centro il tema degli intelligence failure e della gestione europea delle crisi migratorie.
Un episodio per capire perché oggi geopolitica, energia, inflazione, industria e politica interna non possano più essere analizzate separatamente.
Perché 25 anni dopo l’11 settembre, la domanda non è soltanto se l’America abbia perso la propria egemonia. È capire chi sarà in grado di governare il mondo che sta nascendo dopo l’era unipolare.
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0:00 Speaker 2: Giornali aperti e notizie sul tavolo. Siete su due pagine.
0:04 Speaker 3: La rassegna stampa che vi racconta cosa conta davvero, senza rumore di fondo.
0:09 Speaker 2: I tre temi di oggi. 1. A 25 anni dall' 11 settembre, nuovi documenti sulle vittime tossiche e l'America che resiste al declino. 2. La morsa dell'energia. La Cina gioca col petrolio, il gas schizza e la Banca Centrale Europea alza i tassi, mentre l'industria italiana prova a non affogare.
0:29 Speaker 3: 3. L'Europa cambia le regole. Via libera alle mega fusioni aziendali per non farsi schiacciare da Stati Uniti e Cina.
0:37 Speaker 2: Esatto. Partiamo subito dal primo punto. C'è una prospettiva oggi sui giornali che scardina un po' la storiografia ufficiale. A 25 anni dall' 11 settembre 2001, la stampa, con un pezzo di Maurizio Molinari e anche un approfondimento di Will Media, ci costringono proprio a rileggere quella giornata.
0:56 Speaker 3: I numeri ufficiali li conosciamo a memoria, chiaro. Ma è il contesto che sta cambiando radicalmente, soprattutto sotto la spinta di queste nuove desecretazioni.
1:06 Speaker 2: Certo. Riportiamo un attimo la cronologia esatta per inquadrare i fatti per chi ascolta. 8.46. Il volo American Airlines 11 colpisce la Torre Nord. Ore 9.03 lo United Airlines 175 si schianta sulla Torre Sud. Ore 9.37 l'American Airlines 77 centra il Pentagono. E infine, ore 10.03, lo United 93 cade a Shanksville. Il bilancio consolidato, lo sappiamo, è di 2.753 vittime civili a New York, oltre a 343 vigili del fuoco, 23 agenti di polizia e 37 della Port Authority.
1:45 Speaker 3: E fin qui è la storia che abbiamo studiato tutti. Ma il dato critico sollevato dall'analisi di Will Media è un altro. Quest'anno, alle cerimonie di commemorazione, è stato aggiunto un settimo minuto di silenzio.
1:58 Speaker 2: Un minuto in più
1:59 Speaker 3: Esatto, un minuto che pesa veramente come un macigno sulla coscienza istituzionale americana, perché è dedicato a una categoria di vittime che per decenni è stata del tutto marginalizzata. Stiamo parlando delle migliaia di morti per tumore causate dall'esposizione prolungata alle polveri di Ground Zero.
2:18 Speaker 2: E qui entra in gioco un fattore politico dirompente. Il sindaco di New York, Zoran Mamdani, ha declassificato migliaia di documenti riservati. E leggendo i report, queste carte provano, nero su bianco, la totale mancanza di trasparenza delle autorità sui rischi ambientali nei giorni e nei mesi successivi all'attentato. Cioè, le istituzioni sapevano perfettamente cosa c'era in quell'area.
2:37 Speaker 3: E l'hanno nascosto. Deliberatamente. Guarda, questa declassificazione distrugge completamente la narrazione dell'emergenza gestita con trasparenza che ci hanno propinato per anni.
2:48 Speaker 2: Sì, i documenti dimostrano che ai massimi livelli, sia federali che locali, C'era la piena consapevolezza che quella nube che stazionava su Downtown Manhattan non era semplice fumo da incendio.
3:00 Speaker 3: Assolutamente no. Era un aerosol letale. Una miscela composta da amianto, cemento polverizzato, carburante avio, incombusto e una concentrazione anomala di metalli pesanti. E l'hanno fatta respirare a tutti.
3:15 Speaker 2: Ma la domanda è qual è la logica dietro a un insabbiamento del genere? Rischiare la salute di soccorritori e residenti? Deve avere un movente sistemico forte. I documenti cosa rivelano sull'obiettivo finale di questa bugia?
3:30 Speaker 3: L'obiettivo era la riapertura di Wall Street. Puro e semplice. Fu la sospensione più lunga dai tempi della grande depressione degli anni 30. Il 17 settembre bisognava riaprire a ogni costo. Il calcolo politico e anche economico dell'amministrazione era brutale, ma chiarissimo. Bisognava inviare al mondo intero e ai mercati globali il segnale inequivocabile che il cuore del capitalismo americano non si era fermato.
4:01 Speaker 2: Quindi per proiettare questa immagine di assoluta invulnerabilità sistemica hanno deciso deliberatamente di sacrificare la salute pubblica. Certo. Cioè hanno mandato i broker, gli impiegati, i residenti del quartiere e soprattutto i vigili del fuoco a respirare amianto e metalli pesanti pur sapendo che l'aria non era affatto sicura.
4:21 Speaker 3: Si è barattata la sicurezza sanitaria a lungo termine con la percezione di stabilità immediata. Un cinismo spaventoso. Il fatto che a scoperchiare questo vaso di Pandora sia Zora al Mamdani non è affatto un dettaglio secondario. È il fulcro di una transizione sociopolitica enorme che gli Stati Uniti stanno attraversando.
4:42 Speaker 2: E qui infatti passiamo all'analisi che fa Federico Rampini oggi sul Corriere della Sera. Ricordiamo che Mamdani è il primo sindaco musulmano nella storia di New York. Il Rampini utilizza proprio la sua figura per smontare una tesi che nel post 11 settembre veniva data per certa da quasi tutti gli analisti.
5:00 Speaker 3: L'imminente trasformazione degli Stati Uniti in un regime strutturalmente islamofobo.
5:05 Speaker 2: Esatto, una profezia che si è rivelata macroscopicamente errata, soprattutto se guardiamo i dati comparati. Rampini fa un parallelo spietato, guarda la Cina, che ha implementato un sistema di repressione e internamento di massa contro la minoranza uigura nello Xinjiang. Oppure l'India di Narendra Modi, dove il nazionalismo hindù ha marginalizzato sistematicamente la componente islamica. Negli Stati Uniti, dati alla mano, è avvenuto l'opposto.
5:32 Speaker 3: I dati demografici infatti confermano una crescita costante del peso politico, economico e sociale degli immigrati arabi e musulmani in America. Non c'è stata l'emarginazione sistemica che si prevedeva. Però, e qui Rampini rileva un'ambiguità molto forte, il mandato di Mamdani non è esente da contraddizioni.
5:50 Speaker 2: Quali contraddizioni sottolinea il
5:52 Speaker 3: Corriere? L'ambiguità risiede soprattutto nella sua retorica pubblica. Quando Mamdani parla delle vittime civili dell'11 settembre, tende quasi sempre a inserirle nello stesso calderone retorico dei morti civili causati dalle guerre americane in Medio Oriente, come in Afghanistan o in Iraq.
6:10 Speaker 2: Sotto il profilo strettamente storico e analitico, cosa comporta questa equiparazione
6:15 Speaker 3: Comporta un'attenuazione pericolosa della specificità dell'atto terroristico.
6:20 Speaker 2: Spiegati meglio
6:21 Speaker 3: Cioè, un conto è una vittima civile causata dai danni collaterali di un conflitto militare asimmetrico. Per quanto tragico sia, ci mancherebbe. Un altro conto è l'utilizzo deliberato, a freddo, di aerei civili usati come missili per massimizzare le vittime non combattenti, in tempo di pace, nel cuore di una metropoli. Sfumarne il confine serve a Mamdani per consolidare una precisa base elettorale, ma storicamente crea un cortocircuito inaccettabile.
6:50 Speaker 2: Questo cortocircuito storico ci porta dritti al cuore dell'analisi macrogeopolitica. Sempre Rampini affronta il tema del cosiddetto declino americano.
7:01 Speaker 3: Ah, la grande illusione.
7:03 Speaker 2: Sì, nel 2001, mentre le torri crollavano, la stragrande maggioranza degli analisti profetizzava la fine immediata dell'era unipolare, il collasso imminente del capitalismo statunitense e l'alba indiscussa del secolo cinese
7:17 Speaker 3: E 25 anni di dati macroeconomici hanno letteralmente polverizzato quelle previsioni. La recessione americana, innescata dallo shock del 2001, si esaurì nel giro di due mesi. Due mesi. Persino la crisi dei mutui subprime del 2008, che ha rischiato di far saltare l'intero sistema bancario globale, non ha minimamente scalfito l'egemonia del dollaro come valuta di riserva.
7:39 Speaker 2: I fatti riportati dalle fonti descrivono un paradosso assoluto, se ci pensi. La risposta militare di Washington al terrore ha frammentato il Medio Oriente, generando decenni di instabilità cronica in quell'area. Ma il motore economico interno degli Stati Uniti non ha mai smesso di girare.
7:58 Speaker 3: Mai.
7:59 Speaker 2: Oggi l'America guida in totale solitudine la rivoluzione dell'intelligenza artificiale.
8:05 Speaker 3: Mentre la Cino, che doveva essere la nuova superpotenza egemone, è paralizzata da una crisi demografica senza precedenti e dall'implosione del suo mercato immobiliare. L'immagine più potente di questa resilienza asimmetrica, secondo me, È proprio l'attuale conformazione di Ground Zero.
8:24 Speaker 2: Certo, quello che era un cratere di macerie.
8:27 Speaker 3: Esatto, macerie e vecchi uffici finanziari. Oggi è un hub residenziale e commerciale che ospita start- up tecnologiche di frontiere. Hanno ricostruito il futuro sulle ceneri di quell'attentato.
8:40 Speaker 2: Novembre 2026. Sì. Donald Trump ha lanciato una promessa elettorale che sta letteralmente scuotendo i mercati.
8:47 Speaker 3: Una mossa che spinge i limiti della costituzionalità e... francamente anche della logica economica di base.
8:54 Speaker 2: I termini della promessa riportati sono questi. Un assegno diretto da 5.000 dollari a ogni singolo cittadino americano a patto che il Partito Repubblicano conquisti la maggioranza assoluta sia alla Camera che al Senato. Trump lo ha battezzato esplicitamente un dividendo.
9:10 Speaker 3: Dividendo Trump, l'hanno chiamato.
9:12 Speaker 2: E a stretto giro il candidato vicepresidente J. D. Vance ha dichiarato che le coperture finanziarie per distribuire questo dividendo sono arriverebbero dei dazzi doganali imposti sulle merci straniere.
9:24 Speaker 3: Allora, fermiamoci subito sull'aspetto legale prima ancora di toccare i numeri che sono spaventosi. I costituzionalisti citati nei report sono spaccati a metà. Condizionare un massiccio trasferimento di fondi pubblici all'esito specifico di un'elezione parlamentare si muove su una linea sottilissima.
9:42 Speaker 2: Molti lo definiscono un voto di scambio su scala federale istituzionalizzato, no?
9:47 Speaker 3: Praticamente sì. Ti pago 5.000 dollari se mi dai il controllo totale del congresso. È una forzatura istituzionale senza precedenti moderni. Ma mettendo da parte l'architettura costituzionale, applichiamo la lente massima. che è quella che spaventa i mercati
10:02 Speaker 2: facciamo i conti 5.000 dollari a ogni adulto americano se prendiamo la popolazione a 20 diritto stiamo parlando di iniettare nel sistema un volume di liquidità che sfiora i mille miliardi di dollari un trilione
10:16 Speaker 3: Un'immissione di mille miliardi in questo preciso momento storico è un controsenso accademico totale. Le politiche di stimolo diretto, i cosiddetti helicopter money, quelli di cui parlava Milton Friedman o che abbiamo visto durante il Covid, si usano quando un'economia è in recessione profonda.
10:34 Speaker 2: Certo.
10:35 Speaker 3: Quando la domanda è ferma e la disoccupazione è altissima. Lì serve a far ripartire la macchina.
10:40 Speaker 2: Nei dati attuali ci dicono l'esatto opposto. La disoccupazione negli Stati Uniti è ai minimi storici. La domanda aggregata dei consumatori americani è estremamente robusta. Comprano di tutto. La macchina sta già andando al massimo dei giri. Non ha bisogno di stimoli.
10:56 Speaker 3: Esatto. Se tu inietti mille miliardi di liquidità in un'economia che viaggia già a pieno regime, i beni e i servizi disponibili sul mercato non aumentano magicamente dall'oggi al domani per assorbire quei soldi.
11:09 Speaker 2: Rimangono gli stessi
11:10 Speaker 3: Aumenta solo la quantità di denaro che insegue la stessa identica quantità di beni. Il risultato garantito, matematico, è un'esplosione immediata dei prezzi. Inflazione pura.
11:20 Speaker 2: Per usare una analogia, è come tentare di curare una persona che soffre già di tachicardia somministrandole cinque caffè espressi di fila. Cioè, non la fai correre più veloce. Le provochi un infarto sistemico.
11:32 Speaker 3: L'analogia regge perfettamente e sono convinta che renda benissimo l'idea. E la situazione è peggiora, se possibile, se guardiamo alle coperture finanziarie proposte da J. D. Vance. Finanziare questi 5.000 dollari attraverso i dazi doganali significa innescare una doppia spirale inflazionistica.
11:48 Speaker 2: Come funziona tecnicamente questo meccanismo? Perché c'è molta confusione. Il dazio non viene pagato dal paese esportatore, giusto? Cioè non è la Cina o l'Europa che stacca l'assegno al tesoro americano?
12:01 Speaker 3: Assolutamente no. È una menzogna politica credere che lo paghi l'esportatore. Il dazio è, all'atto pratico, una tassa regressiva sui consumatori americani stessi.
12:14 Speaker 2: Facciamo un esempio pratico.
12:15 Speaker 3: Certo. Se il governo americano impone un dazio del 20% su un componente elettronico che arriva dall'estero, l'azienda importatrice americana paga quel 20% alla dogana per farlo entrare nel paese.
12:28 Speaker 2: E fin qui ci siamo.
12:29 Speaker 3: Ma cosa fa poi l'azienda? Assorbe la perdita riducendo i propri margini di profitto? Mai. scarica immediatamente quel costo aggiuntivo sul prezzo finale del prodotto al dettaglio.
12:40 Speaker 2: Quindi il cittadino americano si troverebbe compresso in una tenaglia perfetta se passasse questa linea.
12:45 Speaker 3: Precisamente.
12:47 Speaker 2: Da un lato subisce l'inflazione causata dai mille miliardi messi nel sistema col bonus. Dall'altro subisce l'inflazione causata dal rincaro dei beni importati a causa dei dazi usati per finanziare quel bonus.
12:58 Speaker 3: con la conseguenza finale che il debito pubblico esplode e il potere d'acquisto effettivo di quei famosi 5.000 dollari promessi viene disintegrato dall'aumento del costo della vita nel giro di pochissimi mesi. È una manovra che finirebbe per terrorizzare e impoverire proprio quel ceto medio che Trump e Vance cercano di sedurre.
13:19 Speaker 2: E questa dinamica inflazionistica e i colli di bottiglia commerciali ci portano in modo molto naturale al nostro secondo grande blocco di oggi. Se l'America rischia di autoinfliggersi un'inflazione per eccesso di stimoli, l'Europa sta subendo un'inflazione da strangolamento fisico.
13:33 Speaker 3: Che è molto peggio strutturalmente parlando.
13:35 Speaker 2: L'analisi di Federico Fubini sul Corriere della Sera disegna proprio i contorni di una tempesta perfetta sull'energia per noi europei.
13:43 Speaker 3: I numeri di Fubini non descrivono un semplice rincaro stagionale o una fluttuazione tecnica. Fotografano una vera e propria crisi di sistema per il continente.
13:55 Speaker 2: Vediamo i dati. Il petrolio Brent ha sfondato la quota dei 107 dollari al barile, i massimi dallo scorso maggio. Il gas naturale sul listino europeo di Amsterdam è schizzato a 82 euro a megavattora. Sono livelli drammatici che non si registravano da quasi quattro anni.
14:10 Speaker 3: E qual è la causa primaria di questo strappo?
14:13 Speaker 2: Secondo Fubini, la fonte scatenante di questa impennata è un drastico, silenzioso cambio di strategia da parte di Pechino
14:20 Speaker 3: La Cina. La Cina ha gestito tutta la fase precedente comportandosi di fatto come la banca centrale del petrolio globale e ora ha deciso unilateralmente di cambiare i tassi.
14:32 Speaker 2: I dati spiegano benissimo questo ruolo. A febbraio, prima dell'escalation militare della crisi medio orientale, la Cina importava circa 12 milioni di barili al giorno per il proprio fabbisogno. Poi, per calmierare i mercati nelle prime fasi di altissima tensione globale, Pechino ha deliberatamente tagliato la propria domanda di importazione, facendola crollare a soli 7 milioni di barili al giorno nel mese di giugno.
14:57 Speaker 3: È stato un taglio chirurgico pazzesco? Stiamo parlando di una riduzione pari a circa il 5% dell'intera domanda mondiale di greggio sottretta dal mercato di colpo.
15:08 Speaker 2: E come facevano ad andare avanti senza comprare petrolio?
15:11 Speaker 3: Hanno attinto alle loro immense riserve strategiche interne, pur di non comprare sui mercati internazionali in quel momento. Questa mossa ha artificialmente impedito al prezzo del petrolio di esplodere nei mesi scorsi, quando tutti temevano un'impennata a 150 dollari.
15:28 Speaker 2: Ma a luglio c'è stata l'inversione a U. Le fonti dicono che le imprese di Stato cinesi sono tornate a comprare in modo massiccio, raggiungendo di nuovo i 9,3 milioni di bariglie al giorno ad agosto. L'obiettivo riportato è ricostituire queste enormi riserve strategiche nazionali, che sono stimate in circa 1,4 miliardi di barili. Devono riempirle di nuovo
15:50 Speaker 3: Questo è puro cinismo geopolitico applicato all'economia.
15:54 Speaker 2: C'è
15:54 Speaker 3: La Cina non ha tagliato la domanda in primavera per fare un favore all'Occidente o per spirito pacifista. Lo ha fatto esclusivamente per proteggere i propri mercati d'esportazione. Se l'Europa e l'America Latina fossero entrati in una recessione immediata e brutale a causa del petrolio alle stelle in primavera, l'export cinese sarebbe collassato su se stesso. hanno stabilizzato il mercato in quel momento solo per salvare le proprie fabbriche
16:20 Speaker 2: per usare un'immagine fisica che forse aiuta chi ci ascolta a visualizzare la dinamica è come se Pechino avesse trattenuto il fiato per sei mesi per non consumare l'ossigeno in una stanza molto affollata e senza finestre ora però ha deciso che deve riempire a tutti i costi i propri polmoni per non svenire e sta letteralmente aspirando via tutta l'aria rimasta lasciando l'Europa a soffocare
16:45 Speaker 3: La metafora è cruda, ma è assolutamente esatta. Pechino ha calcolato che il quadro internazionale a lungo termine è destinato a peggiorare ulteriormente. Quindi ritira il suo scudo tattico, pensa esclusivamente alla propria sicurezza energetica nazionale e lascia l'Europa esposta in prima linea. Un'Europa che, ricordiamolo sempre, è strutturalmente priva di materie prime.
17:11 Speaker 2: Questa immensa aspirazione cinese si sommano i blocchi fisici dell'offerta, Non è solo questione di domanda. Il Wall Street Journal riporta che l'Iran ha ripreso a produrre missili balistici e continua a mantenere una pressione asfissiante sullo stretto di Hormuz.
17:25 Speaker 3: Il collo di bottiglia per eccellenza.
17:27 Speaker 2: Stiamo parlando dello snodo da cui passa il sangue dell'economia mondiale, milioni di barili. Oggi, da quello stretto, escono circa 5 milioni di barili al giorno in meno rispetto ai livelli precedenti la crisi. Un buco enorme.
17:40 Speaker 3: E non c'è possibilità di compensazione immediata da parte degli altri attori. L'Arabia Saudita, che storicamente è il principale stabilizzatore dell'OPEC e apre i rubinetti in queste situazioni, registra oggi livelli produttivi ai minimi storici, comprimendo ancora di più l'offerta globale. Non possono o non vogliono compensare il blocco iraniano.
18:00 Speaker 2: E poi c'è un ulteriore dettaglio logistico, vitale per capire la gravità della situazione. Sull'altro versante della penisola arabica, nel Mar Rosso, Le milizie UTI minacciano lo stretto di Bab el- Mandeb. Certo. Perché è così strategico, per il petrolio oltre che per le merci commerciali. Perché è la via di fuga dell'Arabia Saudita.
18:19 Speaker 3: Esatto.
18:20 Speaker 2: Riyadh compa circa 5 milioni di barili al giorno attraverso un oleodotto interno per aggirare il blocco di Hormuz e farli uscire proprio dal Mar Rosso. Bloccando Bab el- Mandeb si neutralizza anche il piano B dei Sauditi.
18:32 Speaker 3: È un accerchiamento perfetto. Se unisci i puntini hai Hormuz bloccato, il piano bisaudita sotto il tiro costante dei droni nel Mar Rosso e la Cina che rastrella avidamente tutto ciò che rimane sul mercato libero. Questa è una restrizione fisica dell'offerta, non è un picco temporaneo di domanda. È permanente.
18:53 Speaker 2: E l'impatto sul gas in Europa è speculare a quello del petrolio. Le fonti ci dicono che a soli 100 giorni dall'entrata in vigore dell'embargo totale sulle importazioni di metano russo, La Germania ha i propri stoccaggi nazionali fermi ad appena il 55% della capacità.
19:10 Speaker 3: La Germania, il motore industriale dell'Unione.
19:13 Speaker 2: Questo ritardo cronico sta generando ondi di acquisti sui mercati spot, dettate dal puro panico, per garantire le coperture industriali invernali.
19:22 Speaker 3: Una Germania senza energia a basso costo è un'Europa in recessione. Punto. La convergenza di queste crisi sta causando uno shock assimmetrico devastante. I costi di produzione industriale in Europa subiranno un rincaro verticale. E ripetiamo un concetto fondamentale per chi analizza questi dati, non perché stiamo consumando di più, ma perché è diventato fisicamente ed economicamente impossibile far arrivare l'energia alle fabbriche.
19:47 Speaker 2: Di fronte a questo scenario letteralmente da incubo, per la manifattura, entra in gioco la reazione della politica monetaria.
19:54 Speaker 3: Che è l'altro grande fattore di rischio.
19:57 Speaker 2: I report di Filippo Santelli sulla Repubblica e le analisi diffuse da Will Media descrivono la contromossa di Francoforte. Il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea, guidato da Christine Lagarde, ha votato all'unanimità un rialzo dei tassi di interesse al 2,5%.
20:12 Speaker 3: Una mossa che sembra presa da un manuale economico degli anni 80, applicata a una crisi complessa degli anni 20 del 2000. È un errore di diagnosi pazzesco.
20:23 Speaker 2: Le proiezioni interne della BCE, rese pubbliche in queste ore, sono molto cupe. Ammettono che l'inflazione non rientrerà nel target ottimale del 2% prima della fine del 2028. 2028 Tra quattro anni. Questo disallineamento cronico, spiegano i documenti, è trainato interamente dalla componente energetica. L'inflazione specifica legata all'energia è schizzata dal 10% al 14%. E la reazione dei mercati obbligazionari a questa stretta monetaria è stata violentissima. I rendimenti dei titoli di Stato sono andati del tutto fuori controllo.
20:57 Speaker 3: Guardiamo i numeri crudi del debito sovrano per capire di cosa parliamo. Il BTP decennale italiano ha toccato il 4,38%. Altissimo Il Bund tedesco, che tradizionalmente è considerato il porto sicuro per eccellenza in Europa, è schizzato al 3,49%. E il decennale statunitense sfiora il 5%. La stretta della BCE ha innescato un'onda d'urto enorme sul costo del debito di tutti i paesi.
21:22 Speaker 2: Ma la domanda che sorge spontanea leggendo questi dati e l'analisi di Santelli è questa. Se l'inflazione europea è causata dai missili iraniani a Hormuz e dalla mancanza fisica di gas negli stoccaggi tedeschi, in che modo alzare il costo del denaro per un panificio a Milano o per un'acciaieria nel Veneto risolve il problema?
21:42 Speaker 3: Non lo risolve per niente. Anzi, lo aggrava terribilmente.
21:47 Speaker 2: Perché allora lo fanno?
21:48 Speaker 3: Perché la Banca Centrale Europea è tecnicamente e soprattutto politicamente in trappola. Lagarde è costretta ad adottare una postura da falco, alzando i tassi e mostrandosi inflessibile, perché il terrore assoluto di Francoforte è che questo shock energetico, per quanto esogeno, si innesti in modo permanente nelle aspettative di inflazione a lungo termine.
22:11 Speaker 2: Le famose aspettative.
22:12 Speaker 3: Sì, il ragionamento è, se le aziende credono che i prezzi saliranno per sempre, alzano i listini preventivamente oggi, autoavverando la profezia dell'inflazione.
22:24 Speaker 2: Però i dati della stessa BCE citati dai quotidiani dicono un'altra cosa. Dicono che al momento non c'è alcun contagio sui salari reali.
22:32 Speaker 3: Nessuno.
22:33 Speaker 2: I lavoratori europei non stanno ottenendo mega aumenti retributivi, quindi non c'è in atto quella che gli economisti chiamano la spirale prezzi- salari.
22:41 Speaker 3: Esattamente. L'aumento dei tassi di interesse serve, per sua stessa definizione teorica, a raffreddare la domanda eccessiva. Serve a convincere le aziende a non chiedere prestiti per espandersi, e i cittadini a non fare mutui per comprare case o auto, frenando così i consumi. Ma noi in Europa oggi? Non abbiamo un'inflazione da eccesso di domanda. La gente non sta comprando troppo. Abbiamo un'inflazione da collasso dell'offerta e della logistica.
23:09 Speaker 2: Se aumenti i tassi di mezzo punto, non fai apparire magicamente le navi gasiere nel Mediterraneo.
23:15 Speaker 3: Perfetto, no. Non osblocchi Ormuz alzando il costo dei mutui. Quello che fai, l'unica cosa che fai realmente, è distruggere la capacità delle imprese di sopravvivere ai costi dell'energia.
23:28 Speaker 2: Quindi le strangoli due volte
23:30 Speaker 3: Proprio così. Il credito più caro impedisce alle aziende di fare prestiti per investire, magari per modernizzarsi ed essere più efficienti dal punto di vista energetico, o semplicemente impedisce loro di indebitarsi per assorbire lo shock temporaneo delle bollette e non licenziare. Tassi di interesse punitivi, combinati con un'energia fuori controllo, generano un'equazione inesorabile. Asfissia economica e recessione industriale immediata.
23:57 Speaker 2: E questa asfissia si scarica con una violenza particolare sull'Italia, come sempre. Passiamo alle contromisure del nostro paese, al nostro quarto blocco. Gian Maria De Francesco, su Il Giornale, seziona la risposta del governo Meloni a questa crisi.
24:11 Speaker 3: Vediamo i dettagli.
24:12 Speaker 2: L'esecutivo ha varato un decreto d'urgenza. Il punto centrale di questo pacchetto è la proroga dello sconto di 17 centimi al litro sulle accise del gasolio.
24:20 Speaker 3: Una mossa che definire strutturale sarebbe un insulto alla matematica di base.
24:25 Speaker 2: Infatti, leggendo le fonti, specificano che la proroga è limitata a soli sette giorni.
24:30 Speaker 3: Sette giorni.
24:31 Speaker 2: No, settimana. Il costo per le casse dello Stato di questa singola settimana di sconto oscilla tra gli 85 e i 90 milioni di euro. Nelle dichiarazioni ufficiali a margine, la Presidente del Consiglio evoca soluzioni a lunghissimo termine, puntando sul ritorno al nucleare in Italia e sul potenziamento delle estrazioni nazionali di idrocarburi per aumentare l'indipendenza energetica.
24:53 Speaker 3: Prorogare uno sconto fiscale, vitale, vitale per il mondo dei trasporti, di soli sette giorni, è la definizione clinica di una microtoppa. È la missione implicita di non avere minimamente le risorse finanziarie per sostenere un intervento di sistema vero. E soprattutto non offre alcuna prevedibilità a chi fa logistica.
25:16 Speaker 2: Come fa un'azienda a pianificare?
25:17 Speaker 3: Non può. A chi muove le merci. Né tantomeno ai consumatori finali sui banchi del supermercato.
25:23 Speaker 2: Dimostra anche l'insostenibilità fiscale del sussidio in sé. Cioè, se bruci 90 milioni in una settimana solo per limare 17 miseri centesimi dal prezzo del gasolio alla pompa, spalmare questa misura su sei mesi o un anno distruggerebbe letteralmente i conti pubblici. Non ce lo possiamo permettere. Ma il decreto contiene anche una norma amministrativa che sta facendo molto discutere e che cambia un po' le regole del gioco istituzionale.
25:47 Speaker 3: Ah, la questione dei commissari.
25:49 Speaker 2: Sì. Per accelerare i progetti energetici ritenuti strategici, il governo introduce la figura di un commissario ad acta con il potere esplicito di scavalcare le regioni in caso di inerzia o bocciatura locale.
26:00 Speaker 3: Qui entriamo in un campo minato costituzionale enorme per il nostro paese. Centralizzare le autorizzazioni energetiche calpestando le prerogative degli enti locali rompe brutalmente il principio del titolo quinto della Costituzione sulla leale collaborazione tra Stato e regioni.
26:17 Speaker 2: La logica politica del governo però è chiara e dichiarata. Loro dicono, i governatori regionali, spaventati dalle proteste locali dei comitati NIMBI contro i rigassificatori, le trivelle o i parchi eolici, bloccano tutto per anni per paura di perdere voti. Il governo centrale vuole un potere di veto al contrario per imporre le infrastrutture necessarie per il paese.
26:39 Speaker 3: Certo, la logica centralista è chiara. L'esigenza di sbloccare le opere c'è tutta. Ma la conseguenza legale e pratica è il caos. Una forzatura simile, costituzionalmente parlando, genererà una valanga di ricorsi incrociati ai tribunali amministrativi regionali e, in ultima istanza, alla Corte Costituzionale.
27:00 Speaker 2: Quindi invece di accelerare?
27:02 Speaker 3: Esatto. Il paradosso è che nel tentativo di accelerare i cantieri bypassando con forza la burocrazia locale, si rischia di paralizzare quelle stesse opere strategiche in un labirinto giudiziario lungo anni. E
27:15 Speaker 2: mentre la politica si scontra sui ricorsi ai tar e sulle accise, l'industria vera, quella che produce, cerca di sopravvivere. Dario Di Vico sul foglio porta dei numeri dell'Istat relativi alla produzione industriale di luglio. E a prima vista questi dati sembrano smontare questa narrazione apocalittica che stiamo facendo. Il dato grezzo segna un incremento della produzione dello 0,7%. Un numero che ha sorpreso tutti gli analisti,
27:39 Speaker 3: me compresa, quando è uscito.
27:44 Speaker 2: Gli esperti si aspettavano un timido più 0,3%, quindi la crescita registrata è stata più del doppio delle previsioni. Analizzando poi i singoli comparti, spiccano i risultati della farmaceutica, che registra un clamoroso più 5,4% e un controintuitivo più 3,1% del settore tessile e abbigliamento. I settori ad alta intensità energetica, invece, come la chimica, il vetro, la gomma plastica, confermano una flessione negativa forte.
28:12 Speaker 3: E questo è il punto. Questi dati, se isolati e letti superficialmente come un segnale di ripresa generale, possono generare illusioni molto pericolose a livello politico. Per capire la realtà bisogna guardare all'analisi che fa Paolo Mameli, della Direzione Studi di Intesa San Paolo, che smonta chirurgicamente questo miraggio del rimbalzo estivo sulle pagine del foglio.
28:36 Speaker 2: Cosa sfugge a una prima lettura di questo apparentemente ottimo più 0,7%?
28:41 Speaker 3: Sfugge quello che in statistica si chiama l'effetto di calendario.
28:45 Speaker 2: Spieghiamolo bene
28:46 Speaker 3: Il mese precedente, giugno, è stato depresso statisticamente dal ponte della festa della Repubblica del 2 giugno. Meno giorni lavorativi effettivi a giugno creano una base di calcolo artificialmente bassa per il mese successivo.
29:00 Speaker 2: Certo. Se a giugno hai lavorato 20 giorni e a luglio 22, la produzione di luglio sembra maggiore.
29:06 Speaker 3: Esatto! Di conseguenza, il rimbalzo di luglio sembra un boom industriale rispetto a giugno, ma è solo un riallineamento matematico, un trucco ottico della statistica. Non c'è una reale esplosione degli ordinativi.
29:20 Speaker 2: Un effetto ottico, chiaro. E se grattiamo sotto la superficie? La distinzione tra i settori che crescono e quelli in rosso ci dà la vera diagnosi dello stato di salute dell'industria?
29:31 Speaker 3: E la diagnosi è terminale per i settori cosiddetti energy intensive, la ceramica sassuolo i distretti del vetro la chimica di base le grandi cartiere queste filiere che sono fondamentali stanno morendo sotto il peso delle bollette
29:46 Speaker 2: non riescono a scaricare i costi sui
29:48 Speaker 3: clienti non possono le macchine vengono letteralmente spente si fermano i forni perché produrre un chilo di plastica o un metro quattro di piastrelle oggi, costa di più in energia del prezzo a cui quell'azienda può venderlo sul mercato globale. Vanno in perdita netta per ogni pezzo prodotto.
30:08 Speaker 2: Di Vico nota un dettaglio inquietante, che fino ad oggi queste aziende hanno galleggiato smaltendo le scorte di magazzino prodotte in passato, a costi energetici inferiori. Ma le scorte stanno finendo, i magazzini si svuotano.
30:20 Speaker 3: E una volta esauriti i magazzini, il blocco della produzione diventa totale, fermo macchina. La manifattura italiana, che storicamente è l'ossatura del nostro sistema, la seconda in Europa, viaggia dritta verso una stagnazione profonda. Questo significa che l'autunno sarà durissimo per l'occupazione e che non potremo contare sull'industria per generare la ricchezza necessaria a tenere in piedi i conti pubblici. L'intero prodotto interno lordo del paese è drammaticamente appeso in questo momento alla tenuta del settore dei servizi e del turismo.
30:55 Speaker 3: una vulnerabilità strutturale inaccettabile per un paese trasformatore come il nostro.
30:59 Speaker 2: Questo svietonamento della competitività industriale su base nazionale è in realtà il sintomo di una malattia continentale molto più ampia. E qui passiamo al nostro terzo blocco tematico, il quinto punto in scaletta, il cambio di paradigma che possiamo definire epocale dell'Unione Europea. Paolo Rossetti su Italia Oggi riporta le dichiarazioni di Anthony Whelan il potentissimo capo della direzione concorrenza della Commissione europea a Bruxelles.
31:25 Speaker 3: Quello che ha dichiarato Whelan ribalta 30 anni di storia economica e di dogmi europei.
31:32 Speaker 2: La direzione concorrenza ha dato di fatto il via libera formale alle megafusioni aziendali trasfrontaliere. Whelan ha citato esplicitamente e molto favorevolmente l'operazione attualmente in corso tra la banca italiana Unicredit e la tedesca Commerzbank. La nuova direttiva politica di Bruxelles è chiara. Non si ostacoleranno più le aggregazioni su larga scala tra aziende europee. L'obiettivo dichiarato è favorire la nascita di giganti europei in grado di competere per dimensioni, ricerca e capitali con le supercorporazioni degli Stati Uniti e della Cina.
32:05 Speaker 3: È un'inversione a U a dir poco monumentale, direi storica. Fin dalla fondazione del mercato unico, il dogma sacro e assolutamente intoccabile della Commissione europea incarnato negli anni da figure come Margaret Vestager, è stato la tutela estrema della concorrenza interna.
32:23 Speaker 2: Certo.
32:24 Speaker 3: Hanno operato col bisturì per frammentare il mercato, bloccando sistematicamente le grandi fusioni trasfrontaliere per il terrore puritano che si formassero monopoli o oligopoli in grado di schiacciare i consumatori europei con prezzi troppo alti.
32:39 Speaker 2: E qual è stato il bilancio pratico, reale, di decenni di questo purismo antitrust applicato senza sconti?
32:46 Speaker 3: Il bilancio è stato il suicidio tecnologico e industriale dell'Europa.
32:51 Speaker 2: Addirittura?
32:52 Speaker 3: Sì, guarda i dati. Mentre Bruxelles difendeva ferocemente l'esistenza di 50 banche di medie dimensioni e frammentava il mercato delle telecomunicazioni con decine di operatoretti o quello dell'energia, gli Stati Uniti e la Cina hanno lasciato prosperare i loro predatori. Hanno creato giganti con bilanzi superiori al PIL di internazioni europee. Parliamo di entità come Google, Amazon, Tencent... o le megabanche di Wall Street come JP Morgan. Questi colossi hanno fagocitato il mercato globale perché avevano la massa critica per investire centinaia di miliardi in ricerca e sviluppo.
33:26 Speaker 2: Ora l'Europa si guarda allo specchio, dopo anni di queste politiche, e si scopre un continente popolato da nani industriali. Le nostre aziende, per quanto eccellenti nella manifattura o nel design, non hanno la massa critica, i capitali di rischio o l'influenza geopolitica per sedersi al tavolo con i colossi di Pechino o Washington. e dettare gli standard
33:47 Speaker 3: del futuro. E ammettere questo errore strategico enorme cambiando le regole sull'antitrust è sicuramente il primo passo vitale. Ma c'è un'avvertenza cruciale sollevata dall'economista Nicola Rossi. Non basta che Bruxelles tolga i divieti dall'alto. I veri freni alle aggregazioni sovranazionali in Europa oggi non sono più i burocrati zelanti dell'antitrust.
34:10 Speaker 2: Sono i governi nazionali stessi I nazionalismi politici.
34:14 Speaker 3: Esatto, la politica locale. Appena un'azienda francese prova a comprare una grande azienda italiana o una banca spagnola o italiana come Unicredit punta un istituto tedesco come Commerce Bank, i governi dei paesi bersagno alzano le barricate.
34:28 Speaker 2: Sì, gridano allo scippo dei gioielli di famiglia.
34:32 Speaker 3: Evocano poteri speciali, golden power e bloccano tutto per puri motivi elettorali, per difendere i sindacati locali o le poltrone nei CDA. La schizofrenia è totale. A livello europeo vogliamo i grandi campioni per competere con l'America, ma a livello nazionale nessuno vuole cedere il controllo del proprio orticello.
34:51 Speaker 2: Nicola Rossi però evidenzia anche un problema più profondo del semplice nazionalismo di facciata dei governi. All'Europa manca strutturalmente quella che lui definisce la cultura del rischio.
35:02 Speaker 3: che è il vero propellente del capitalismo di frontiera, quello che genera vera innovazione.
35:07 Speaker 2: Spiegaci questa differenza
35:09 Speaker 3: culturale. In America, specialmente nella Silicon Valley, i fonti di venture capital investono miliardi su cento startup folli, sapendo statisticamente che 99 falliranno miseramente. Ma mettono in conto la perdita, perché la centesima che sopravvive sarà la nuova rivoluzione tecnologica che ripagherà mille volte l'investimento. In Europa i capitali e le banche sono gestiti primariamente per proteggere lo status quo. Le banche finanziano modelli sicuri, aziende che hanno già fatturato e garanzie immobiliari.
35:45 Speaker 3: Questa profonda avversione culturale al fallimento impedisce alle nostre aziende di assumere i rischi sproporzionati necessari per crescere in modo esponenziale a livello globale.
35:56 Speaker 2: Questa sfida economica si intreccia inestricabilmente con l'architettura politica europea dei prossimi mesi, come spiegano benissimo Marco Buti e Marcello Messori in un denso saggio sul sole 24 ore di oggi. Il focus della loro analisi è rivolto all'imminente discorso sullo Stato dell'Unione, il SOTEIU 2026. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si presenterà davanti all'emiciclo in un clima politico francamente incandescente.
36:23 Speaker 3: Un clima segnato dalle ondate d'urto degli ultimi mesi. Le fonti citano esplicitamente i recenti risultati in Sassonia Alt, alt in Germania, dove l'avanzata delle destre radicali ha letteralmente terrorizzato l'establishment moderato a Bruxelles.
36:37 Speaker 2: Buti e Messori lanciano un avvertimento diretto alla Commissione per questo discorso. Non cedete al compromesso del diavolo.
36:45 Speaker 3: Che espressione forte! Cosa intendono esattamente?
36:48 Speaker 2: Con questa espressione indicano la strategia politica di anacquare volontariamente l'identità riformatrice dell'Unione, recepire le istanze sovraniste e frenare bruscamente l'integrazione comunitaria. Tutto al solo scopo di fermare l'emorragia di consensi a destra. Secondo gli autori, è la linea attribuita a correnti del Partito Popolare Europeo, come quella guidata da Manfred Weber, che punta alla conservazione pura.
37:13 Speaker 3: Il saggio smonta questa tattica difensiva in modo spietato. Ripiegare su posizioni nazionaliste per rincorrere l'estrema destra sul suo stesso terreno non salva l'Europa, la paralizza definitivamente. Di fronte a un'America politicamente instabile e a una Cina economicamente aggressiva, l'Europa non può permettersi un decennio di stasi negoziale su ogni singolo dossier, dall'ambiente alla difesa. E,
37:38 Speaker 2: per evitare questa paralisi montale... Gli autori propongono tre pilastri fondamentali per il rilancio istituzionale che von der Leyen dovrebbe annunciare. Primo, sovranità europea vera in settori strategici. Specificamente parlano di difesa comune, veri eserciti integrati e sovranità digitale. Secondo, innovazione radicale. Terzo pilastro, e qui arriviamo al punto dolente, una gestione strutturale e pragmatica dell'immigrazione legale.
38:08 Speaker 3: Notiamo subito la connessione tra il primo e il secondo pilastro con quello che dicevamo prima sulle megafusioni aziendali. Butti e Messori affermano una verità che è scomoda per molti governi. La perdita di competitività europea non è colpa delle normative ambientali o del tanto criticato Green Deal, come sostiene ossessivamente la narrativa anti- europeista. Deriva esclusivamente dall'incapacità del nostro sistema di aggregare enormi capitali e assumere rischi. Se noi rinneghiamo l'innovazione tecnologica ed ecologica solo per difendere produzioni obsolete del Novecento, siamo morti sul mercato globale.
38:47 Speaker 2: Ma il terzo pilastro di Buti e Messori, quello sull'immigrazione, è essere politicamente esplosivo in questo momento. Loro ribaltano totalmente la narrativa prevalente della fortezza Europa assediata, utilizzando esclusivamente la fredda aritmetica economica e i dati demografici.
39:02 Speaker 3: L'assunto, se lo leggi bene, è brutale. L'Europa non sta soffrendo economicamente perché ci sono troppi immigrati.
39:10 Speaker 2: Anzi
39:11 Speaker 3: L'Europa sta letteralmente crollando su se stessa per un deficit demografico senza precedenti storici. Le culle sono vuote da 30 anni. La popolazione residente invecchia a un ritmo insostenibile per qualsiasi sistema economico moderno.
39:29 Speaker 2: La mancanza cronologica
39:20 Speaker 3: La mancanza cronica di forza lavoro attiva sta già strangolando la manifattura, ma anche i servizi di base, la sanità, i trasporti. La domanda è semplice. Chi pagherà le pensioni e le cure mediche di una popolazione sempre più anziana se la base dei lavoratori giovani attivi si restringe di milioni di unità ogni singolo anno?
39:58 Speaker 2: I conti non tornano
39:59 Speaker 3: Non possono tornare. La conclusione di Buti e Messori è che, per non implodere finanziariamente e socialmente, L'Unione Europea ha un disperato e immediato bisogno di attrarre, selezionare e formare milioni di immigrati regolari, non per carità umanitaria o ideologia, ma per puro cinico egoismo di sopravvivenza economica. Servono corridoi legali di integrazione rigorosamente legati ai precisi fabbisogni dell'industria.
40:26 Speaker 2: E questa visione estremamente razionale da pianificazione economica si scontra purtroppo quotidianamente con il caos totale della realtà ai confini esterni dell'Unione. E questo ci porta al nostro primo flash di raccordo. Will Media torna sulla gravissima crisi migratoria esplosa lo scorso 30 luglio a Ceuta.
40:44 Speaker 3: Ah, Ceuta. L'enclave spagnola in territorio marocchino, l'imbuto d'Europa. Un punto nevralgico pazzesco.
40:51 Speaker 2: Ricordiamo i fatti in breve. Oltre 80.000 migranti irregolari tentarono un attraversamento di massa coordinato mettendo a ferro e fuoco la frontiera in poche ore. La novità dirompente di oggi è l'emersione sui giornali spagnoli di documenti ufficiali del CNI, il centro nazionale di intelligence spagnolo. Queste carte dimostrano che i servizi segreti sapevano tutto con largo anticipo.
41:16 Speaker 3: E vorrei ben vedere, 80.000 persone non si muovono spontaneamente in un giorno senza un'organizzazione logistica massicia che lascia tracce ovunque.
41:25 Speaker 2: Infatti i documenti provano che già il 29 luglio, il giorno prima del caos, un agente dell'intelligence spagnola aveva avvisato tramite Whatsapp, sottolineiamo tramite un messaggio Whatsapp, sia il delegato del governo a Madrid sia i servizi di sicurezza marocchini. L'attraversamento, tra l'altro, era stato pianificato alla luce del sole, apertamente sui social network, per settimane. Di fronte all'emersione di queste prove clamorose, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha cercato di minimizzare lo scandalo politico oggi definendo la comunicazione dell'intelligence un avviso troppo blanno per giustificare l'attivazione tempestiva delle procedure d'emergenza militari.
42:03 Speaker 3: Ma ti rendi conto? Un avviso blando via WhatsApp per gestire l'impatto imminente di 80.000 persone pronti a sfondare un confine europeo. Basterebbe questo aneddoto a descrivere l'assurdità operativa con cui gestiamo le frontiere. Ma la vera lezione strategica di Ceuta è un'altra, molto più oscura
42:23 Speaker 2: Quale sarebbe
42:24 Speaker 3: Questa dinamica conferma definitivamente che le ondate migratorie non sono più, o non sono solo, crisi umanitarie spontanee provocate da guerre o carestie. sono diventate strumenti tattici di pressione geopolitica a comando.
42:37 Speaker 2: Una sorta di guerra ibrida non dichiarata
42:40 Speaker 3: Esattamente. Il Marocco, in questo caso, controlla il rubinetto umano, lo apre o lo chiude, per estorcere concessioni diplomatiche, accordi commerciali vantaggiosi e compensazioni finanziarie da Madrid e di riflesso da Bruxelles. Il fatto che l'Europa subisca passivamente questo ricatto con un sistema di intelligence che si scambia messaggi su WhatsApp mentre una massa critica enorme si accampa al confine, certifica il fallimento strutturale dei meccanismi di allerta continentali.
43:12 Speaker 2: E qual è il risultato finale di questa inefficienza preventiva clamorosa
43:17 Speaker 3: L'Unione Europea è dovuta intervenire a posteriori. Leggiamo che Bruxelles ha appena stanziato un pacchetto di emergenza da 114 milioni di euro versati direttamente a favore della Spagna. per gestire le conseguenze prolungate sul territorio di Ceuta. Il consueto, immutabile schema a tre fasi dell'Unione Europea quando si parla di migranti. Fase 1, incapacità cronica di gestire o prevenire le crisi alla frontiera esterna, delegando il lavoro sporco ai paesi terzi come Turchia o Marocco. Fase 2, lo scaricabarile delle responsabilità politiche ed intelligence tra lo Stato di confine europeo e il paese di transito che ha usato l'arma migratoria
44:01 Speaker 2: E
44:01 Speaker 3: infine la fase 3. La fase 3, l'intervento burocratico di Bruxelles, che arriva quando il danno è fatto e interviene staccando un assegno a nove cifre, si comprano il silenzio del problema politico locale, coprendo con i fondi dei contribuenti europei le inefficienze abissali della diplomazia bilaterale. E tutto questo giro di soldi e polemiche non risolve minimamente la questione fondamentale dei corridoi legali necessari di cui parlavano Buti e Messori. L'Europa paga, ma resta senza i lavoratori di cui ha disperato bisogno.
44:33 Speaker 2: Dal caos ingestibile dei confini esterni rientriamo nel nostro paese per l'ultimo flash di oggi, dedicato alla spina dorsale della nostra economia quotidiana, il lavoro. Giorgio Pogliotti sul Sole 24 Ore riferisce una notizia che tocca i portafogli di milioni di lavoratori italiani. sono ripresi ufficialmente negoziati tra le tre grandi sigle sindacali, CIGIL, CISL e UIL, e le associazioni datoriali, con in testa ovviamente Confindustria.
44:58 Speaker 3: Un tavolo tesissimo che determinerà le regole di ingaggio per i salari del futuro in Italia.
45:04 Speaker 2: L'obiettivo di questo summit è cruciale. Loro devono definire un nuovo accordo quadro interconfederale che manca da tempo. Le due macro- questioni sul tavolo sono le regole per la misurazione oggettiva della rappresentanza sindacale e il nuovo modello contrattuale da applicare. Nello specifico, si deve ridefinire l'architettura tecnica che divide la busta paga, cioè il trattamento economico minimo, il TEM, e il trattamento economico complesso, il TEC.
45:32 Speaker 3: Prima di scendere nei dettagli tecnici del salario, che sono complicati, è fondamentale notare la mossa politica preliminare del governo Meloni in questa partita. il governo ha fatto un clamoroso passo indietro formale, decidendo di ritirare la delega legislativa sulla materia, lasciando deliberatamente campo libero all'accordo autonomo tra le parti sociali.
45:54 Speaker 2: Sindacati e imprese si sono dati una scadenza stretta, dicono, il 28 settembre per tirare le somme. Ma perché il ritiro del governo che è citato è così rilevante politicamente?
46:04 Speaker 3: Perché è un'astuta, direi, machiavellica manovra di deresponsabilizzazione tattica.
46:10 Speaker 2: In che senso?
46:12 Speaker 3: Ritirando la delega, il governo passa alla patata bollente delle riforme salariali che storicamente scontentano sempre qualcuno e tolgono voti, direttamente ai diretti interessati. CGL, CISL, UIL e Confindustria ottembono formalmente quello che chiedevano da anni, ovvero il monopolio assoluto della decisione sulle regole del lavoro senza ingerenze statali.
46:35 Speaker 2: Chiaro. Rivendicano il loro
46:37 Speaker 3: ruolo? Sì. Ma ora si assumono anche il 100% della responsabilità politica e mediatica del potenziale fallimento. Se a fine settembre non c'è un accordo, non potranno accusare il governo di ingerenza fascista o di aver imposto norme pro- imprese. Dovranno spiegare ai lavoratori perché non sono riusciti a tutelarli. È una trappola perfetta.
46:57 Speaker 2: Chiariamo per chi ci ascolta la differenza tecnica tra queste due sigle astruse che però regolano le nostre buste paga, il TEMP e il TEC. Come incidono materialmente sui salari di chi lavora?
47:08 Speaker 3: Allora, il TEM, Trattamento Economico Minimo, è la quota fissa e intoccabile della retribuzione decisa dai contratti nazionali, che dovrebbe in teoria fungere da scudo garantito per tutti i dipendenti di un settore contro l'inflazione generale. Il TEC, invece, il Trattamento Economico Complessivo, include il TEM ma aggiunge quote variabili, quelle legate ai premi di risultato aziendali, al welfare aziendale specifico e all'effettiva produttività della singola azienda per cui lavori. E
47:40 Speaker 2: dove sta l'inghippo al tavolo delle trattative?
47:42 Speaker 3: La disputa durissima è quanto peso e valore dare al TEM per difendere il potere d'acquisto dei lavoratori base senza però appesantire in modo insostenibile i costi fissi di quelle aziende in crisi che non stanno guadagnando sufficienza. Quelle aziende vorrebbero che gli aumenti fossero assorbiti dalle logiche del TEC, cioè legati alla produttività. Se l'azienda guadagna ti premio, se non guadagna il tuo fisso sale poco.
48:06 Speaker 2: Ma Pugliotti, e qui entriamo nel cuore dell'articolo del Sole... segnala che la vera battaglia senza esclusione di colpi, in questo momento, non è tanto sulle frazioni di percentuale di questi parametri salariali. La madre di tutte le battaglie è la certificazione della rappresentanza, il diritto formale di firma.
48:27 Speaker 3: Esatto, è una questione di potere puro. L'urgenza assoluta è definire matematicamente, con regole legali incontestabili, Chi detiene il potere giuridico di sedersi a un tavolo e firmare contratti collettivi che siano poi vincolanti e validi erga omnes per tutti.
48:44 Speaker 2: Le posizioni di partenza sono molto distanti. Confindustria propone di misurare la rappresentanza calcolando il numero di dipendenti effettivamente coperti dai contratti delle imprese associate. ponderata tra il numero degli iscritti fisici, quelli con la tessera, e i voti che queste sigle ottengono nelle elezioni interne per le RSU, le rappresentanze sindacali unitarie, dentro i singoli luoghi di lavoro.
49:07 Speaker 3: Sembra un dibattito noiosissimo tra burocrati e sindacali, me ne rendo conto.
49:12 Speaker 2: Abbastanza tecnico, sì.
49:13 Speaker 3: Ma fissare regole ferre e inequisocabili sulla validità della firma è l'unico strumento giuridico oggi esistenziale?
49:25 Speaker 2: Usiamo una metafora per spiegare cosa succede concretamente con il dumping salariale di questi famigerati contratti pirata.
49:31 Speaker 3: Volentieri.
49:32 Speaker 2: È come se in un condominio enorme, dove tutti pagano regolarmente le spese per i servizi di pulizia e manutenzione a certe tariffe, tre persone si riunissero di nascosto nello scantinato, si autoproclamassero amministratore e assemblea plenaria e firmassero in due minuti un documento ufficiale che azzera le spese per le pulizie, obbligando gli addetti a lavorare gratis o quasi e imponendo legalmente questo finto contratto a tutto il palazzo.
50:02 Speaker 3: La dinamica reale nel mercato del lavoro è esattamente questa. Associazioni datoriali fantasma, che rappresentano zero imprese reali ma hanno un bel nome ufficiale, si siedono al tavolo con sigle sindacali fittizie, nate il giorno prima in uno studio di consulenza, e firmano dei sedicenti contratti collettivi nazionali
50:23 Speaker 2: Legali, sulla
50:24 Speaker 3: carta. Esatto. Questi contratti impongono minimi salariali da fame, a volte la metà di quelli di CIG, le CIS, le WILL. Azzerano i diritti accessori, eliminano le tutele per malattia o non pagano le maggiorazioni per gli straordinari e il lavoro notturno. Poi cosa succede? Le aziende disoneste applicano questi contratti finti, formalmente regolari ma criminali nella sostanza, sottopagando i lavoratori.
50:50 Speaker 2: E facendo una concorrenza sleale e spietata.
50:53 Speaker 3: Una concorrenza distruttiva nei confronti delle aziende sane che invece applicano onestamente i contratti veri, quelli siglati da Cigil, Cisle, Will e Confindustria. Questo meccanismo di dumping interno legalizzato, che spinge sistematicamente i salari verso il basso, diventa una condanna a morte per milioni di lavoratori in un'epoca di inflazione persistente come quella che stiamo vivendo, per colpa dell'energia, come dicevamo prima.
51:19 Speaker 2: Quindi, se non si fissa per legge chi ha i numeri veri per firmare chi rappresenta davvero le aziende e i lavoratori, il sistema collassa su se stesso per concorrenza sleale.
51:29 Speaker 3: Esatto. Ed è per questo che il tavolo del 28 settembre è l'ultima spiaggia per salvare il modello contrattuale italiano.
51:37 Speaker 2: Va bene. Riepilogo lampo dei temi che abbiamo sviscerato oggi. A 25 anni esatti dalla tragedia delle Torri Gemelle, i documenti desecretati da Mamdani gettano ombre pesanti sulla gestione ambientale e il cinismo politico di Ground Zero, mentre l'America, pur profondamente polarizzata e alle prese con le promesse azzardate e inflattive di Trump sui Dazi, mantiene però saldo il proprio domio globale sull'innovazione tecnologica e sull'intelligenza artificiale, smentendo clamorosamente le cassandre del 2001 che ne profetizzavano il crollo.
52:09 Speaker 3: E nel frattempo, sul fronte orientale, i colli di bottiglia militari in Medio Oriente, da Hormuz al Mar Rosso, e il cinismo strategico della Cina, che fagocita barili per le proprie riserve interne, trasformano il mercato globale dell'energia in una morsa letale per l'industria del vecchio continente. Una crisi di fronte alla quale la Banca Centrale Europea, intrappolata nei vecchi dogmi dell'infrazione, si vede costretta ad alzare i tassi di interesse, innescando il rischio concreto di una severa recessione industriale, mentre governi nazionali, come l'Italia, con lo sconto di sette giorni, annaspano tra bonus microscopici ed effetti statistici del tutto temporanei.
52:50 Speaker 2: E di fronte a questo scenario globale di accerchiamento da parte dei blocchi americano e asiatico, l'Unione Europea capisce di essere arrivata a un bivio esistenziale irrevocabile. Inverte decenni di rigorosa politica antitrust e ammette, attraverso le parole della stessa Commissione, che per non soccombere geopoliticamente dovrà permettere e favorire la nascita immediata dei propri giganteschi colossi industriali e bancari transnazionali.
53:16 Speaker 3: E quest'ultimo snodo, proprio questo, ci porta inesorabilmente a una domanda enorme che incombe sulle prospettive di tutti noi europei. Se la Commissione è disposta, pur di competere all'ultimo sangue con Pechino e Washington, a sacrificare il dogma fondativo della concorrenza interna per forgiare enormi campioni sovranazionali. Che cosa ne sarà del tessuto delle piccole e medie imprese? Parliamo di quel fitto reticolo che specialmente in un'economia complessa come quella italiana ha storicamente assorbito l'urto delle crisi globali garantendo flessibilità e tenuta sociale nei territori.
53:59 Speaker 3: Accettando consapevolmente questa drastica mutazione genetica del nostro ecosistema di mercato Stiamo barattando l'ultimo brandello di sovranità politica ed economica degli Stati con la dittatura inappellabile dei grandi conglomerati corporativi.
54:15 Speaker 2: Seguite due pagine sulla vostra app di ascolto, lasciate 5 stelle e attivate le notifiche. A domani.
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